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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Catcalling: un nome nuovo per una cosa fin troppo vecchia

Simona Cresti

PUBBLICATO IL 30 marzo 2021

Ricorre sempre più spesso, in contesti anche italiani, la parola catcalling (anche nelle grafie cat-calling o cat calling) per indicare la ‘molestia sessuale, tendenzialmente verbale, che avviene in strada’. Sono catcalling i commenti e i richiami di varia natura indirizzati dai molestatori a vittime che di norma sono persone sconosciute che camminano per strada: complimenti supposti “innocenti” o “galanti”, strombazzate dall’auto, fischi, fino a commenti volgari, domande invadenti, perfino veri e propri insulti. Oggetto di catcalling sono soprattutto donne e ragazze, ma, in misura minore, anche uomini e ragazzi; i commenti subiti sono di preferenza a sfondo sessuale e riferiti al corpo delle vittime o ai loro modi di fare o di vestire.

Se c’è qualcosa che accomuna tutte queste esternazioni è il disagio che esse possono provocare nella persona che le subisce, dato che appaiono come riflessi di un atteggiamento, quello di chi le mette in atto, svalutante e sessista.

Da una generica ricerca sulla rete, è facile rendersi conto di quanto spesso, di fianco alla scelta di usare questa parola, si avverta l’esigenza di ricorrere a spiegazioni che non solo elencano le possibili situazioni in cui si può parlare di catcalling (denunciando quindi lo status di novità di una parola il cui uso non è ancora ben consolidato), ma che si soffermano anche e soprattutto sul lato psicologico del fenomeno, insistendo sul perché sia necessario riunire questi gesti al di sotto di una stessa etichetta e su quanto sia opportuno riconoscerli come potenzialmente urtanti e, in molti casi, traumatizzanti.

Sappiamo che la comunità dei parlanti inizia a usare parole nuove per una serie di ragioni: molto spesso perché queste parole servono a nominare qualcosa che prima non esisteva, per esempio qualcosa che viene inventato o scoperto. Non è questo il caso di catcalling, che dà un nome a una serie di cose che esistono da molto tempo e che tutti i parlanti conoscono. La parola nuova, in questo caso, sembra rispondere all’esigenza di dare voce al mutare dell’atteggiamento con cui guardiamo le cose in questione. La parola catcalling nomina infatti una serie di gesti ben noti, in passato ritenuti a volte anche innocui, se non addirittura “galanti” o perfino “doverosi” (almeno in certi ambienti, come manifestazione, quasi “prova” di virilità), identificandoli invece come una vera e propria forma di molestia. Un meccanismo che non deve essere inteso come eterodiretto, ma come spontaneo e rispondente ai bisogni espressivi di una parte della comunità dei parlanti. L’uso di un nome nuovo colma in questo caso all’esigenza di inquadrare una vecchia “porzione di mondo” da una nuova angolatura, attribuendole un diverso portato semantico e una diversa cornice interpretativa.

Che il fenomeno fosse ben noto ai parlanti italiani è testimoniato prima di tutto dai dizionari, dove trova posto una parola, pappagallismo, che in un’accezione specifica ricopre un significato davvero simile a quello di catcalling, tanto simile che merita un piccolo approfondimento da parte nostra. Dopo che come la ‘tendenza, abitudine a ripetere meccanicamente, e senza intelligenza, al modo dei pappagalli, ciò che si è letto o udito’, pappagallismo è definito anche come il ‘comportamento da “pappagalli della strada”, proprio cioè di chi, in modo insistente e grossolano, importuna le donne per la via’ (Treccani online). Riportiamo anche altre formulazioni della stessa definizione: ‘comportamento di uomini che importunano donne sconosciute con gesti, frasi o proposte insistenti e inopportune’ (Sabatini Coletti online), ‘comportamento di chi in modo insistente importuna le donne per la strada’ (De Mauro online), ‘comportamento di chi infastidisce le donne con un corteggiamento inopportuno’ (Zingarelli 2019).

Trova posto nella lessicografia, infatti, anche il concetto di pappagallo come di ‘uomo che molesta le donne in strada’ (GRADIT), di ‘chi assume un comportamento impertinente e molesto con le donne per strada’ (Devoto-Oli 2019), di ‘chi per strada rivolge complimenti alle donne, molestandole’ (Zingarelli 2019), con esempi che ne illustrano l’uso: “un pappagallo l’ha seguita fino a casa”, “quel giovane è un volgare pappagallo”.

Sabatini-Coletti, Devoto-Oli, Zingarelli datano pappagallismo 1942, senza però differenziare la stima per accezioni. GRADIT riconduce invece al 1963 la prima occorrenza della parola usata nello specifico significato di cui ci occupiamo. Il GDLI colloca ancora più addietro nel tempo pappagallo inteso nel senso che ci interessa, riportando attestazioni in Luigi Bartolini (“Continuò a fingere di non accorgersi che una persona le era vicino. Né io, per timore di passare per 'pappagallo’, la molestai altrimenti, Passeggiata con la ragazza, Milano, 1961, p. 269) e Vitaliano Brancati (“E sa... quale titolo avrebbe sui giornali il resoconto di questo piccolo incidente? Pappagallo cinquantenne bastonato da alcuni disoccupati”, Paolo il caldo, Milano 1956, p. 366 [1° ed. 1955); questo ci permette di immaginare che anche pappagallismo fosse usata prima degli anni Sessanta.

Il controllo della lessicografia più datata è utile a farsi un’idea di come la parola era definita in passato. A prima vista le differenze non sono molte: pappagallismo è ancora ‘l’atteggiamento di chi corteggia con aggressività impertinente e molesta le donne che incontra in strada’ (Passerini-Tosi 1969), il ‘comportamento insistente o volgare verso passanti di sesso femminile’ (Devoto-Oli 1971), il ‘comportamento dei pappagalli della strada, proprio cioè di chi disturba con inopportune galanterie le donne per la strada’ (De Felice-Duro 1975); eppure è doveroso notare come, a fianco di quello della “molestia”, nelle definizioni ricorrano concetti come “corteggiamento” e “galanteria”, che oggi invece sono generalmente rigettati da chi si trova a definire catcalling. È interessante anche notare come tutte le definizioni di pappagallismo, dalle meno recenti a quelle dei vocabolari attuali, definiscano il comportamento in rapporto alla sola interazione tra uomini e donne, fotografando un modo di inquadrare il problema evidentemente non ancora sensibile alle esigenze delle comunità femministe e LGBTQI+.

In modo simile, il controllo degli archivi dei quotidiani può aiutarci a ricordare (o scoprire) come il pappagallismo fosse ritratto per la cultura di massa italiana dei decenni passati e da essa percepito: un comportamento certo stigmatizzato, ma anche, in altri casi, minimizzato, guardato con condiscendenza o simpatia cameratesca. Sul “Corriere della Sera” del 12 agosto 1960, per esempio, lo troviamo usato per descrivere modi di fare che sembrano, tutto sommato, tollerati con benevolenza, come testimonia l’eloquente espressione “pappagallismo latino”:

Il “pappagallismo latino” sta per avere una letteratura. Una casa editrice milanese sta curando la stampa di un singolare volumetto, un vero e proprio “Manuale del pappagallo” ad uso di quanti vorranno apprendere i sistemi per entrare immediatamente nelle grazie di sconosciute “prede”. E sarà un’occasione di più, forse, per attirare sugli intraprendenti italiani gli strali delle allarmatissime conservatrici della televisione inglese. (Un “manuale del pappagallo” insegna come fermare le donne per strada, “Corriere della Sera”, 12 agosto 1960, p. 3)

In fondo all’articolo, una lista di tipi di donne, evidentemente desunta dal libro di cui si parla, classificate sulla base della reazione all’approccio del pappagallo: “la donna intelligente”, “la donna spiritosa”, “la donna nevrastenica”, “l’esistenzialista”, e così via. Del 1965 è invece il pezzo che riporta il racconto del viaggio in Italia di tre turiste canadesi, il cui solo “cattivo ricordo” è il “gallismo e la fastidiosa intraprendenza dei giovanotti italiani”; “intraprendenza” che, tuttavia, assomiglia di più a un vero e proprio assalto:

In Italia – ha detto Judy […] – tutti gli uomini si ritengono irresistibili, e nessuna ragazza sembra in grado di sottrarsi ai loro tentativi. Noi fummo attaccate da due poliziotti italiani viaggiando in treno da Napoli a Roma. Non appena cominciarono i loro approcci, tentammo di rifugiarci in un altro scompartimento: ma cominciarono a spingerci in ogni angolo. A un certo punto bloccarono Lorraine contro una parete e mentre noi cercavamo di liberarla, una valigia cadde dalla rete e ferì al dito uno di loro. Finalmente riuscimmo a passare in un altro scompartimento, ma dovemmo tenere la porta chiusa durante la notte. (Anche i poliziotti italiani accusati di pappagallismo, “Corriere della Sera”, 6/7/1965, p. 4)

Testimonianze di una percezione condiscendente del fenomeno del pappagallismo vengono anche dal cinema e dal racconto del cinema dell’epoca. Ne troviamo traccia in un articolo che annuncia, per esempio, l’imminente uscita di uno speciale Rai ispirato al Casanova di Federico Fellini, all’epoca ancora solo in fase progettuale, in cui Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi sarebbero stati impegnati a ritrarre quattro aspetti piscologici del seduttore: secondo quanto detto sul “Corriere”, avrebbero completato il quadro «un gruppo di “play-boy” scelti tra gli esponenti della jet-society e alcuni rappresentanti del pappagallismo di casa nostra» (Gli “aiuti” di Fellini portano sul video i quattro Casanova. Sordi, Mastroianni, Tognazzi, Gassman, “Corriere della Sera”, 13/2/1975). I pappagalli italiani sarebbero anche l’equivalente dei protagonisti del film “Les dragueurs” di Jean-Pierre Mocky, presentato al Festival di Cannes. Che cosa li differenzia tutti da dei veri e propri molestatori? La “misura”, l’“eleganza”:

“Draguers” significa ‘dragatori’. Sono gli “schiumatori” di strade, vitelloni con netta tendenza al pappagallismo. Nel film se ne vedono due in piena azione: Jacques Charrier, il seduttore buono e simpatico, il ragazzo di buona famiglia, perdutosi tra i ragazzi “in blue-jeans” […] e il cantante rauco Charles Aznavour. […] Basta una buona battuta per far sorridere la bella sconosciuta […]. Tutto questo viene riferito non certo per fare esortazioni ai giovanotti nostrani che, sappiamo, non ne hanno affatto bisogno, ma soltanto per gettare un po’ d’acqua internazionale sul fuoco dello sdegno dei censori verso il pappagallismo nostrano. Per dire che in materia di caccia alle belle passanti, tutto il mondo è paese e che, tutt’al più, è solo questione di misura e di eleganza. (Decalogo del Don Giovanni stradale. I metodi del “draguer” – parola destinata ad avere fortuna, come “tricheur” e “vitellone” – sono ispirati alla convinzione che i complimenti alle donne fanno sempre piacere, “Corriere della Sera”, 19/5/1959, p. 3)

Riportiamo infine la prima occorrenza che siamo riusciti a reperire del termine, che è tratta dalla rubrica Si dice bene? Come si scrive? di Ettore Allodoli e risale al 1956, permettendoci così di retrodatare pappagallismo rispetto alle indicazioni dei dizionari e, addirittura, di pensarla come risalente ad usi ancora precedenti:

Marlonismo. È forse ormai superfluo registrare tutti gli ismi che si affollano nel nostro linguaggio […]. Si parla ora di marlonismo dalla moda di acconciare, nei giovani, i capelli con ciuffetti alla brava, ad imitazione del divo Marlon Brando. Ma il neologismo non serve a indicazione di cosa del resto innocente come foggia di capigliatura maschile, bensì è sinonimo di “pappagallismo della strada” (pappagalli simili entrarono nel vocabolario già nel terzo decennio del nostro secolo ed è, sembra, locuzione romanesca). Marlonisti sono i giovinastri che danno molestia alle ragazze, alle donne, specialmente alle turiste straniere con conseguenze talvolta di vero teppismo aggressivo. (Ettore Allodoli, Si dice bene? Come si scrive?, “Corriere della Sera”, 14/7/1955, p. 6)

Ancora osservando gli archivi dei quotidiani in rete, si ha la percezione che la fortuna del termine scemi col passare degli anni. Dopo gli anni Novanta, pappagallismo compare molto sporadicamente: per esempio nel 2014 in un articolo di Aldo Grasso dove si parla, non a caso, del contenuto di un vecchio film di Ugo Gregoretti, molto probabilmente “Le belle famiglie” del 1964 (Quel talent delizioso che riscopre il meglio delle Teche Rai, “Corriere della Sera”, 30/12/2014, p. 55).

Torniamo ai giorni attuali, e alla parola che sembra oggi sostituire pappagallismo nella descrizione del fenomeno, certo in relazione, come vedremo, all’influenza della cultura americana e in generale anglofona. Il “termometro” della rete aiuta ad avere una prima, approssimativa stima delle attenzioni che la questione è in grado di convogliare. A livello globale, catcalling appare molto diffusa: il motore di ricerca di Google restituisce 2.500.000 circa risultati per catcalling e 800.000 per “cat calling” (e per la forma con trattino “cat-calling”, tra cui il motore di ricerca non fa differenza). Restringendo la ricerca alle pagine italiane, i risultati calano drasticamente, ma restano comunque significativi considerata l’assenza di catcalling dai dizionari e dai repertori di neologismi italiani: circa 19.000 pagine per la forma univerbata e circa 20.000 per la stringa “cat calling” o “cat-calling”.

La rete ci aiuta anche a misurare quanto, di fronte alla questione, gli italofoni preferiscano comunque parlare di catcalling piuttosto che ricorrere all’alternativa nostrana. Le occorrenze di pappagallismo sulle pagine italiane di Google restano circa 2000, a testimonianza del progressivo disuso in cui la parola sembra essere caduta. Interessante notare che, se le due parole sono cercate insieme, tra i (pochi, circa 300) risultati prodotti, molti si riferiscono a vocabolari bilingue (per esempio il Sansoni online) e forum di lingua (la versione Italiano-Inglese di wordreference.com) in cui pappagallismo è semplicemente presentato come la traduzione di catcalling (i dati sono aggiornati al 29/1/2021).

Come si vede, catcalling è un prestito integrale dall’inglese. Nella sua lingua d’origine, la parola è registrata dalla lessicografia: la troviamo, univerbata ed esattamente nella forma uscente in -ing, nel Merriam-Webster, dove è definita ‘l’atto di indirizzare ad alta voce contro qualcuno commenti molesti, e spesso sessualmente allusivi, minacciosi o derisori’ [‘the act of shouting harassing and often sexually suggestive, threatening, or derisive comments at someone publicly’] e nel dizionario compilato dagli utenti Urban Dictionary, in cui compare nella forma non univerbata cat calling accompagnata dalla definizione ‘volgari commenti sessuali fatti per strada da uomini a donne’ e dalla chiosa “di solito i commenti riguardano il corpo femminile o una sua parte” [‘Rude sexual remarks made by men passing women on the street. Usually “cat calls” are about the woman’s body as a whole or a certain feature’].

Il sostantivo e il verbo catcall (da cui si costruisce la forma in -ing con valore di infinito sostantivato) compaiono regolarmente sull’Oxford Dictionary (…), sul Cambridge Dictionary, sul Collins, sul MacMillian: qui per il sostantivo catcall si intende il fischio di disapprovazione che si indirizza contro qualcuno, specialmente contro gli artisti che non ci piacciono a teatro; per il verbo, l’atto di fischiare per esprimere dissenso o, in gergo teatrale, “buare”.

È interessante vedere che catcall, secondo l’OED documentato, nella forma con trattino, già dal 1660, era a quell’epoca inteso come il ‘verso che i gatti fanno di notte’ [‘the nocturnal cry or “waul” of the cat’]. Per la prima attestazione del verbo (to) catcall dobbiamo aspettare qualche decennio, e precisamente il 1735, in cui il verbo è usato, appunto, col significato di ‘emettere un “catcall”, specialmente a teatro o in un luogo simile d’intrattenimento’ [‘To sound a catcall, esp. at a theatre or similar place of amusement’]. Tra i derivati del verbo, l’OED segnala anche un nome e aggettivo catcalling attestato fin dagli anni ’80 del Settecento, ancora tuttavia con il significato di ‘grido, lamento, suono simile a un lamento’, ‘lamentoso’.

Sempre sull’OED, un aggiornamento del 2006 alla trattazione del sostantivo segnala finalmente la risemantizzazione di catcall, rintracciandola per la prima volta nelle pagine di un giornale americano del 1956: catcall risulta dunque registrato anche col significato esteso di ‘fischio, grido, o commento sfacciato volto a esprimere attrazione sessuale o apprezzamento (ma di solito percepito come una molestia), fatto tipicamente da un uomo a una passante donna [‘A whistle, cry, or suggestive comment intended to express sexual attraction or admiration (but usually regarded as an annoyance), typically made by a man to a female passer-by’].

In italiano, catcalling giunge molto più tardi. Le prime attestazioni in rete risalgono al 2013/2014: da quel momento, che forse non a caso corrisponde a quello degli ultimi usi giornalistici di pappagallismo, ne osserviamo l’ascesa. Nel settembre del 2013 rileviamo un “pionieristico” uso del verbo (to) catcall nel titolo di un articolo della rivista “Vice” (Catcall me maybe, vice.it, 13/9/2013) dove la parola è ancora usata all’interno di una frase inglese che parafrasa il titolo di una nota canzone pop dell’anno precedente (Call me maybe di Carly Rae Jepsen), ma rivolgendosi a un pubblico di lettori italiani presumibilmente in grado di capire il gioco di parole.

La prima, vera occorrenza di catcalling (per la precisione, della sua forma non univerbata cat calling) all’interno di una frase italiana risale a poche settimane più tardi, in un articolo di un blog:

Negli ultimi tempi, poi, sono insistenti le testimonianze (reali, verificate e verificabili) di street harassment [“molestia di strada”, traduzione nostra]. Lungo via Venti e via San Nazaro si formano crocicchi di uomini di diverse etnie che stazionano a braccia incrociate sulle soglie dei negozi e dei bar. Commenti volgari, cat calling, fischi, schiocchi, sorrisi e attenzioni non sollecitate da parte di un gruppo di maschi fisicamente imponenti, hanno il potere di intimorire, di far sentire a disagio e inferiori alcune ragazze. Si tratta di una vessazione bella e buona, ha che fare con il bullismo e il maschilismo, in certi casi può arrivare anche al contatto fisico, e non c’è ragione per cui si debba tollerare. (Veronetta non è il bronx, è la west coast, lorisrighetto.wordpress.com, 28/9/2013)

Ancora in un blog, questa volta tra i commenti, si affaccia un altro derivato del verbo inglese, catcaller, nel gennaio del 2014:

Infine, la proposta di Verdeanita mi piace moltissimo, perciò la prossima volta al catcaller di turno risponderò condividendo la mia vulnerabilità, quanto per me è sgradevole il suo comportamento (e se c’è tempo spiegargli come la sua invasione delle barriere personali senza chiedere il permesso mi fa sentire poco sicura anche nei confronti di escalation) e poi chiedergli direttamente di smettere, ringraziare per l’ascolto e continuare con il lavoro. (commento di un’utente all’articolo Quando tu, estraneo, mi dici “Che simpatica e che carina che sei”, Softrevolution, 2/2/2014)

Notiamo anche che l’articolo ha “cat calling”, di nuovo nella forma non univerbata, tra le parole chiave. Nell’aprile successivo catcalling compare, ancora richiamandosi all’uso americano, in un articolo della piattaforma in rete Artribune. L’articolo illustra il lavoro dell’artista e performer Tatyana Fazlalizadeh ed è accompagnato dalla spiegazione del perché la pratica del catcalling è da considerarsi una molestia:

Gli americani lo chiamano “catcalling”. Che in italiano sarebbe la pratica, antica e diffusa, del “rimorchio”, nella sua veste più fastidiosa, insistente, imbarazzante. Molestia verbale, in sostanza. L’uomo che pensa di poter accompagnare il passaggio di una ragazza con apprezzamenti, ammiccamenti sessuali, fischi, affermazioni inopportune. Difficile, a volte, definire il confine tra il complimento simpatico e il commento seccante. Qualcosa che attiene alla sensibilità di ognuna. Ma che nasce, spesso, da una cultura sessista […]. (Corteggiate o molestate? Femminismo e public art. La denuncia di Tatyana Fazlalizadeh, artribune.com, 21/4/2014)

Il termine è riportato tra virgolette e affiancato da una proposta, molto imprecisa, di traduzione con “rimorchio”, parola più adatta a descrivere un tentativo, magari maldestro e anche volgare, di seduzione, ma non una molestia solitamente fine a sé stessa come quella del catcalling.

Le attestazioni sulle pagine italiane di Google crescono progressivamente man mano che si avvicinano ai giorni nostri. Google Trends, che permette di visualizzare l’andamento delle ricerche in rete degli utenti, aiuta a farsi un’idea dell’esplosione dell’interesse per la parola: catcalling sembra comparire con molta frequenza nelle ricerche italiane solo nel corso dell’anno corrente, il 2020, con un vero e proprio picco nel mese di luglio. Prima di allora, piccoli incrementi della curva si hanno nel 2018 e, in modo ancora più accennato, nel 2014.


Possiamo ipotizzare che questi precoci momenti di interesse siano stati determinati dal diffondersi in rete di campagne contro le molestie di strada: pensiamo per esempio a un video, divenuto virale all’epoca della sua pubblicazione in rete (ottobre 2014) e negli anni più volte riproposto, in cui una giovane attrice e attivista smaschera un numero sorprendentemente alto di episodi di catcalling, tutti filmati “in presa diretta” durante una serie di passeggiate per le strade di New York (Rob Bliss, 10 Hours of Walking in NYC as a Woman, 24/10/2014). Tra le varie, periodiche riproposizioni giornalistiche di video ispirati a questo, segnaliamo quella di “Dagospia”, che in un articolo del 2017, rilanciando il “Mail On Line”, riporta sia catcalling che pappagallismo, paragonando le molestie nostrane a quelle di ogni altra parte del mondo, allo stesso modo di come abbiamo letto sui giornali italiani dei decenni passati (Pappagallismo planetario, m.dagospia.com, 10/3/2017).

Similmente, notiamo che in corrispondenza del picco di interesse del 2018 si registra nella rete un proliferare di interventi di commento alla notizia che il governo francese, nell’agosto di quell’anno, ha istituito – primo paese in Europa – sanzioni pecuniarie contro le molestie di strada. Tra i comportamenti sanzionati sono compresi atti apertamente aggressivi come pedinamenti e aggressioni di vario genere, ma anche quello che abbiamo finora inquadrato come catcalling: fischi, complimenti pesanti, commenti sessisti sul corpo della vittima o sul suo atteggiamento, domande invadenti (lo leggiamo, per esempio, nell’articolo esplicativo su “Le Parisien”, che però non usa la parola catcalling: Outrage sexiste : quels comportements seront sanctionnés?, 31/1/2018).

Negli articoli che riportano l’avvenimento all’epoca dei fatti sui principali quotidiani italiani, la parola catcalling non compare: i media nazionali hanno preferito, nel 2018, descrivere il reato con parole italiane, scrivendo, per esempio, “molestie in strada” (Francia, approvata la legge contro le molestie: fino a 750 euro di multa, “Corriere della Sera”, 4/8/2018; Francia, approvata la legge contro le violenze sessiste. Punite anche le molestie in strada, inclusi i fischi, “la Repubblica”, 2/8/2018), “molestie di/da strada” (Francia, fischi e sguardi insistenti: in arrivo le multe contro le molestie da strada, “Il Messaggero”1/3/2018), “molestie e insulti sessuali in strada” (In Francia un uomo è stato multato per molestie sessuali in pubblico, “Il Post”, 26/9/2018).

Catcalling compare soltanto in un tweet riportato all’interno di un articolo del sito it.globalvoices.org: un intervento di commento alla vicenda, ma scritto in lingua inglese dall’attivista pakistana Manal Faheem Khan. Il testo dell’articolo, in ogni caso, si allinea con quelli del resto della stampa nazionale, definendo il reato in questione “molestie in strada” (Francia: la nuova legge contro le molestie sessuali in strada sarà davvero un vantaggio per le donne?, it.globalvoices.it, 3/9/2018). Possiamo immaginare che, in ogni caso, se non dalla stampa nazionale, il picco di interesse nelle ricerche italiane del 2018 individuato da Google Trends abbia potuto essere determinato dall’eco che la vicenda ha avuto anche sui media internazionali, che invece hanno associato volentieri la notizia alla parola catcalling.

Perché catcalling compaia sulla stampa italiana è necessario aspettare gli ultimi mesi. Soltanto nel 2020, le occorrenze di “catcalling” nelle pagine italiane di Google superano le 2.500 (9.000 quelle delle forme non univerbate tra virgolette). Le modalità con cui la parola si diffonde sembrano dirci che ancora il significato di catcalling non è pienamente disponibile ai parlanti italiani: sono molte le pagine in cui all’uso della parola si affiancano perifrasi, riformulazioni e spiegazioni. Riportiamo alcuni esempi dai risultati più recenti:

Ricevere dei complimenti fa piacere a ogni donna, ma ci sono delle situazioni in cui si trasformano in una vera e propria molestia. Un caso è quello del cat calling, un fenomeno sempre più diffuso diventato in molti Paesi un autentico reato. (Giulia Ascione, Catcalling: che cos'è e come reagire di fronte a questa molestia, alfemminile.com, 5/11/2020)

Qualche giorno fa, una ragazzina di 15 anni ha subito molestie verbali (catcalling) a Torino. Stava tornando a casa verso le 23.15 quando 4 ragazzi di 25 anni hanno iniziato a seguirla. La prontezza della 15enne l’ha salvata sicuramente da un’aggressione sessuale ma non dallo shock. (Francesco Ciano, Catcalling: perché la molestia verbale non è da sottovalutare, stopstalkingitalia.it, 6 agosto 2020)

La storia di Ruth George ha riportato l’attenzione degli Stati Uniti (e non solo) sulle molestie da strada e sul fenomeno del catcalling – un termine che indica i fischi e tutta quelle serie di commenti che vanno dal “ciao bella” a volgarità inaudite rivolti per strada alle donne da sconosciuti – purtroppo molto diffuso ma di cui ancora si fa fatica a riconoscere la gravità. (Chiara D’Andrea, L’84% delle donne italiane ha subito molestie in strada. Parliamo di questo, thevision.com, 28/1/2020)

Sapete cos'è il catcalling? Sono gli apprezzamenti che le donne spesso ricevono per strada, e che gli uomini scambiano per complimenti. Non lo sono. (Cos’è il catcalling e perché va fermato, donnamoderna.it, 2/7/2020)

Meno frequenti, ma comunque presenti, interventi in cui la parola è usata con più disinvoltura, dando per scontato che il lettore già ne conosca il significato:

L'accusa più frequente è che stai esagerando, che non sei capace di ricevere un complimento, che te la tiri. Nel 99,9% dei casi sono commenti volgari e frasi che feriscono, urlati per strada mentre sei di spalle, senza nemmeno guardarti negli occhi. O sui mezzi pubblici. Hanno il suono di un fischio e l'eco delle risatine sarcastiche del branco quando il molestatore agisce in gruppo, magari mentre cerca in modo maldestro di abbordarti in un locale. Il cat calling o street harassment nasconde arroganza e insicurezza. (Gaia Giordani, Cat calling e street harassment: hai mai ricevuto una molestia travestita da "complimento"?, cosmopolitan.com, 24/7/2020)

Secondo uno studio del 2015 condotto dal movimento contro lo street harassment "Hollaback!" e dalla Cornell University, il 79 percento delle intervistate in Italia ha subito molestie per strada già entro i 17 anni. L'indagine riferisce come le emozioni maggiormente suscitate nelle donne dal catcalling siano depressione e bassa autostima, mentre altre conseguenze includono un cambiamento dello stile di abbigliamento o la scelta di non percorrere certe strade, di socializzare o rincasare a un certo orario. (Marvi Santamaria, Sei modi in cui ancora oggi in Italia si sminuisce il catcalling, vice.com, 2/7/2020)

“Tutte le donne hanno subito cat-calling almeno una volta nella vita: un fischio, un apprezzamento indesiderato o un commento volgare, e spesso questo atteggiamento non viene percepito come molestia. Abbiamo deciso, quindi, di promuovere una petizione per inserire anche nel nostro ordinamento il reato di cat-calling”, ha commentato Angela Cossellu, CEO di Zurich Connect. (Cat-calling, campagna Zurich per una legge a difesa delle donne, liberoquotidiano.it, 30/11/2020)

Ugualmente concentrate nell’ultimo anno o poco più sono le occorrenze di catcalling, cat calling e cat-calling negli archivi in rete delle versioni cartacee dei principali quotidiani nazionali: quello del “Corriere della Sera” conserva un articolo in cui compare catcalling (14/5/2019) e uno in cui compare cat-calling (4/7/2020); quello della “Repubblica” 7 articoli per catcalling (2 del 2019 e 5 del 2020) e uno per cat calling (27/3/2020); in quello della “Stampa” troviamo un articolo con catcalling (9/6/2020).

È interessante notare come la maggior parte di questi risultati si riferisca a notizie di petizioni e manifestazioni organizzate “dal basso”, ossia da gruppi autonomi di attivisti, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e il governo sull’argomento delle molestie sessuali di carattere verbale. Un esempio, la campagna “Rompiamo il silenzio” lanciata su Instagram da un gruppo di studentesse torinesi nel giugno del 2020, descritta da un lungo articolo uscito sulla “Stampa” del 9 di quel mese. Ancora in questo contesto – è bene notarlo – catcalling compare tra virgolette:

È una campagna inventata da due universitarie di Torino, Francesca Valentina Penotti e Mariachiara Cataldo, per raccontare molestie e abusi, quotidianità fatte di discriminazioni di genere, anche il cosiddetto “catcalling”, il fischio per strada, l’apprezzamento fuori luogo che, non si capisce perché, molte donne sono costrette a dover sopportare. Al progetto hanno aderito anche molti uomini. (Rompiamo il silenzio, “La Stampa”, 9 giugno 2020)

Iniziative simili a quella descritta nell’articolo proliferano: è facile rendersene conto digitando in rete “Catcalls of” e completando la stringa con un nome di città. I risultati riportano alle pagine che descrivono azioni organizzate da movimenti che in diverse parti del mondo (in Italia, per esempio, sono attivi gruppi a Roma, Milano Firenze, Torino, ecc.) si richiamano a “Catcalls of NYC” (https://www.catcallsofnyc.com/catcalls, su Instagram: https://www.instagram.com/catcallsofnyc/), l’iniziativa, opera di un collettivo, che raccoglie le testimonianze delle vittime di catcalling e trascrive i testi delle molestie sulle strade, proprio nel luogo in cui sono avvenute.

Risale all’estate 2020, e questo aiuta a spiegare l’ultimo picco di interesse su Google Trends, la petizione diretta al Parlamento italiano all’interno della campagna “wannabesafe.org” per chiedere il riconoscimento del reato di catcalling. Nel testo della petizione, “il catcalling è una molestia verbale a tutti gli effetti” che, causando “ripercussioni non indifferenti nella psicologia e nella vita quotidiana delle vittime”, necessita di essere riconosciuta come “un reato vero e proprio”.

Effettivamente, la parola catcalling è assente, oltre nel codice penale italiano, anche nell’apparato legislativo europeo: la consultazione di banche dati giuridiche presenti in rete (“Gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana”, normattiva.it, iate.europa.eu, eur.lex.europa.eu) non ha prodotto risultati per la ricerca della parola che ci interessa. Questo non significa che il reato non sia sottoposto a sanzione: in Italia, il codice penale (art. 660) semplicemente identifica il reato in modo più generico, punendo “chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo”. Sarà utile notare che questa genericità non ha impedito che anche in passato, quando si parlava del catcalling come di pappagallismo, il fenomeno fosse perseguito e sanzionato. Le testimonianze dei quotidiani che riportiamo sono tanto più significative in quanto emergono, come si è visto, da una cornice interpretativa diversa, apparentemente lontana dalla sensibilità contemporanea:

Una parola definitiva sullo sconcertante fenomeno del “pappagallismo” è stata pronunciata dalla Cassazione, la quale, in una sentenza emessa ieri sera, ha stabilito che rivolgere per strada complimenti pesanti e volgari alle ragazze integra gli estremi di reato e, pertanto, è perseguibile dalla legge. I giudici della suprema corte, esaminando il caso di due studenti baresi che nell’ottobre 1958 rivolsero ad alcune loro colleghe frasi di volgare galanteria accompagnandole da fischi di ammirazione, hanno confermato la sentenza del pretore che condannò gli imputati a 10 giorni di arresto. (Il “pappagallismo” è un reato. Una parola definitiva sullo sconcertante fenomeno pronunciata dalla Cassazione, “Corriere della Sera”, 8/8/1963, p. 12)

Uno stillicidio di violenze contro la donna, una casistica impressionante. Negli ultimi anni sembra un fenomeno molto diffuso, almeno quanto l’antico, tradizionale, pappagallismo. Ma fino agli anni Sessanta il pappagallismo aveva confini precisi, cavalleresche regole che un teorico dell’abbordaggio, Sergio Pineschi, aveva ritenuto opportuno scrupolosamente catalogare in un imprevedibile “Manuale del pappagallo” ad uso di aspiranti playboy. Comunque riprovevole, la pratica del pappagallismo esasperato poteva al massimo infastidire le designate prede e giuridicamente configurare la lieve ipotesi di reato che il codice penale definisce molestia. (Il progressivo aumento di un inquietante fenomeno, “Corriere della Sera”, 25/8/1979, p. 10)

Allo stesso modo, abbastanza generico da essere comprensivo di più casi, la recente risoluzione del 26 ottobre 2017 del Parlamento europeo sulla “Lotta alle molestie e agli abusi sessuali nell’UE”, “condanna fermamente qualsiasi forma di violenza sessuale e di molestia fisica o psicologica e deplora che tali atti siano tollerati con troppa facilità”, intendendo con “molestia” anche quella semplicemente verbale. Nel testo della risoluzione, consultabile in rete, si salutano con favore iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza di genere e si incoraggiano gli Stati membri a “un'efficace attuazione del quadro giuridico esistente”, prevedendo anche l’adozione di “ulteriori misure” di lotta al problema.

È possibile che la battaglia giuridica contro la violenza di genere, configurandosi secondo molte strategie in corrispondenza delle diverse specifiche tipologie di reato, necessiti in futuro di una parola per nominare precisamente l’offesa che abbiamo considerato? Sarebbe necessario il parere di un giurista. Che in Italia questa parola, poi, sia catcalling o un possibile traducente (una delle tante specificazioni del generico molestia? Pappagallismo, più preciso ma declinante nell’uso e lontano dalla sensibilità attuale? Una parola nuova?) resta ugualmente in sospeso. Quello che possiamo notare osservando la lingua è che anche dal mondo anglosassone, che chiama le molestie di strada “street harassment”, giungono notizie di petizioni “gemelle” di quella italiana. Il fatto che, ad oggi, iniziative di questo genere risultino respinte non ci impedisce di notare che evidentemente, anche nel contesto anglofono, la parola catcalling non è sentita, almeno da alcuni parlanti, come un inutile doppione, ma come un nome che aiuta ad inquadrare il problema in modo più puntuale.

Allo stesso modo, è possibile che i vocabolari, alla luce di un uso crescente e protratto nel tempo da parte dei parlanti, registrino in futuro catcalling come lemma. Considerando i dati attuali, è difficile prevedere quale, tra la forma univerbata e quelle non, due delle quali (catcalling e cat-calling) rappresentate anche dalla lessicografia dell’inglese, abbia più probabilità di essere registrata. Visto poi che, come dicevamo, il motore di ricerca non legge la differenza tra le forme cat calling e cat-calling, attualmente la forma catcalling potrebbe essere quella maggioritaria. Di più non è possibile sapere: per essere più precisi è necessario aspettare e continuare a osservare l’evoluzione dell’uso della parola. Una parola che, tutto sommato, speriamo diventi presto il simulacro di una pratica dimenticata.

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