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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Derivati dei nomi dei mesi (Marzo)

Lucia Francalanci

PUBBLICATO IL 28 marzo 2021

Quesito:

Continuiamo la pubblicazione della rubrica dedicata ai derivati dei nomi dei mesi con la scheda relativa marzo; chi volesse saperne di più sui derivati di gennaio e febbraio può leggere qui e qui. Per le informazioni generali si rimanda all’Introduzione.

Derivati dei nomi dei mesi (Marzo)

Il nome marzo deriva dal latino Martius (mensis), derivato di Mars, Martis ‘Marte’, a cui era dedicato. In origine il latino Mars indicava una divinità legata all’agricoltura, identificata poi col greco Ares, dio della guerra.

Una delle caratteristiche principali del mese è la sua variabilità, divenuta proverbiale: moltissimi proverbi sono infatti dedicati all’incostanza del tempo, che influisce inevitabilmente sui raccolti e sul lavoro del contadino. Dopo maggio, è il mese che presenta il maggior numero di derivati; gran parte di questi fa riferimento ai prodotti che si raccolgono o alle piante che si seminano in tale periodo.

  • marza/marzare

Il sostantivo marza indica la ‘parte di ramo o di tralcio avente non più di due o tre gemme, usato in diversi tipi di innesto’ (GRADIT). Il termine, accolto da tutti i principali dizionari dell’uso, è marcato come tecnicismo appartenente all’ambito dell’agricoltura e datato come precedente al 1320; per quanto riguarda l’etimologia, i dizionari ne propongono la derivazione da marzo, perché è proprio in tale mese che si innestano le piante (DEI e GDLI portano a confronto le voci milanesi antiche mèrza, mèrsa e mòrsa ‘tralcio di vite’):

Se vuogli che [i mandorli] sieno dolci, poni ale barbe letame di porco, e vuoisi nestare di dicembre o di febbraio, togliendo le marze prima che mettano. (Antonio Pucci, Libro de varie storie, a cura di A. Varvaro, Palermo, Accademia di Scienze, Lettere ed Arti, 1957, p. 291)

Il GDLI segnala anche l’uso eufemistico di marza come ‘membro virile’:

Sanza fendere ancor assi e s’appicca: / con man la buccia gentilmente spicca / sanza intaccarla, e poi la marza ficca; / tra buccia e buccia strigni e lascia fare. (Lorenzo de’ Medici, Opere, a cura di A. Simioni, vol. II, Bari, 1939, p. 243)

Da marza deriva a sua volta il verbo transitivo marzare ‘innestare a marza’, usato anche in senso assoluto, registrato esclusivamente dal GDLI:

La pianta pregna, e marza da levante / nodi spessi, ch’e’ radi si comprende / tener del vano, e dal vento spirante / me’ si salva ogni nesto che si fende / che quegli a buccia. (Michelangelo Tanaglia, De Agricoltura. Testo inedito del secolo XV, a cura di A. Roncaglia, Bologna, 1953, v. 616)

  • marzaiolo/marzaiuolo/marzarolo

Marzaiolo, o la variante letteraria marzaiuolo, è un aggettivo di basso uso che significa ‘che appartiene, riguarda o dipende dal mese di marzo’ (GDLI), o ‘che matura nel mese di marzo’ (ad esempio le arance marzaiole):

Allora una farfalla marzaiuola / ch'aveva abburattato all’otta all’otta / a tutti infarinò la berriuola (Domenico Burchiello, Sonetti, 1, 14, Londra, 1757)

La voce è presente nella tradizione proverbiale, anche nella variante non toscana marzarolo: La neve marzaiola, dura quanto la suocera e la nuora (e varianti regionali: la neve marzarola, triga quanto la sôcera e la nôra, Marche), chi maza la polsa marzarola maza la méder e la fiola = ‘chi ammazza la pulce marzaiola, ammazza la madre e la figliola’ (Bologna).

In funzione di sostantivo il femminile marzaiola indica l’uccello della famiglia degli Anatidi (Anas querquedula) simile all’anatra selvatica, chiamato così perché è di passaggio in Italia soprattutto nel mese di marzo. Marzaiola o marzarola è anche il nome con cui viene chiamato nell’Italia centrale l’uccello alzavola.

  • marzasco/marzasca/marzesco

Il sostantivo marzasca, derivato di marzo con il suffisso -asco, è assente nei dizionari dell’uso ma è registrato dal GDLI, che accoglie la definizione ‘varietà di lino che si semina in primavera’ proposta dal Tramater (Vocabolario universale italiano, detto anche il Vocabolario del Tramater, dal nome dell’omonima società tipografica napoletana, pubblicato tra il 1829 e il 1840 sotto la direzione di R. Liberatore).

Nella prima edizione del Vocabolario agronomico-italiano (1804) di Giovanni Battista Gagliardo è messo a lemma l’aggettivo marzasco, con la definizione ‘aggiunto di quel grano del legume, che si semina a Marzo’, e sotto la voce Marzuolo, Marzatico e Marzajuolo si parla di civaje marzesche (e non marzasche). Nelle edizioni successive del Vocabolario agronomico-italiano (la seconda è del 1813) è messa a lemma la voce marzasca, definita come ‘la civaja che si semina in primavera’; tale definizione è poi ripresa in vari vocabolari dialettali, dizionari e manuali di agricoltura.

Il DEI lemmatizza l’aggettivo marzesco (attestato da prima del 1851), portando a confronto il francese antico marsesche ‘orzo estivo’.

Entrambi i suffissi -asco e -esco formano aggettivi e sostantivi che indicano relazione, appartenenza, qualità. La duplice presenza delle forme marzasco/marzesco potrebbe essere spiegata dal fatto che il suffisso -asco è tipicamente settentrionale, mentre -esco è diffuso in tutta l’Italia.

  • marzatello

Derivato di marzo con -ato e il diminutivo -ello, il sostantivo marzatello, usato in botanica e in agraria, indica la ‘pianta che si semina in primavera’. Il termine è accolto dal GRADIT, che lo data 1957, dal GDLI nel supplemento del 2009 e dal Vocabolario Treccani online. È però possibile trovare attestazioni del termine già intorno al 1800 nei manuali di agraria o negli annali di agricoltura o scienze naturali:

Se il prato fosse di fondo molto pingue, miglior consiglio è seminarci prima qualche marzatello che smagri, la scelta del quale dipende dal maggiore, o minore bisogno di correzione, e smagrimento del terreno; diversamente diverrebber troppo orgogliose le piante, e scarso il frutto. (Manuale agrario, Bologna, 1797, p. 69)

  • marzatico/marzadego/marzotico

L’aggettivo marzatico (plur. m. -ci), registrato dal GDLI, significa ‘che avviene in marzo’ e in particolare, in riferimento a una varietà di grano, ‘che si semina in primavera’.

Il Dizionario della lingua italiana (1822) di Francesco Cardinali specifica che si tratta di un “aggiunto di qualunque grano che si semina in primavera, all’infuori del frumento che si dice marzengo, della civaia che dicesi marzasca, e del lino che dicesi marzuolo”. Cardinali riprende tale definizione dalla seconda edizione (1813) del Vocabolario agronomico-italiano di Giovanni Battista Gagliardo, ma la voce si trova già nella prima edizione (1804), in una versione leggermente diversa: “Aggiunto di tutti quei grani che si seminano in Marzo all’infuori delle civaje, che chiamansi Marzesche, e del frumento, che dicesi Marzengo”.

Francesco Semi (1985) segnala la variante marziatico. Rohlfs 1969 (§ 1131) cita le forme dialettali marzòticu (calabrese), marziticu (calabrese meridionale), marsàdego (veneziano), marzuóteco (napoletano). La voce veneziana marzadego è registrata anche dal DEI, come aggettivo che sta per marzaiuolo ‘di marzo’ e come sostantivo per marzolino ‘formaggio pecorino che si fa nel mese di marzo’.

L’aggettivo marzatico compare inoltre nel proverbio Pasqua marzatica, o mortalità o famatica (e varianti: Pasqua marzotica, o muria o famotica; Pasqua marzatica: o guerra o peste o famatica); c’è infatti la superstizione che la prossimità della Pasqua a uno dei due estremi del periodo in cui può celebrarsi (22 marzo-25 aprile) sia segno di sventura.

Il DEI registra anche un antico sostantivo femminile, marzatica, che indica la biada seminata a marzo; porta a confronto il toscano marzatica, che indica un ‘mutamento improvviso di tempo’ (a marzo), l’antico francese marsage ‘(grano) che si semina a marzo’ e il latino medievale marciatica ‘tributi in grani marzolini o pagati in marzo’.

La variante marzotico, sebbene sia una forma dialettale, risulta attestata nella stampa nazionale, soprattutto in relazione alla ricotta o a vari tipi di formaggio (si fa comunque riferimento a piatti regionali, specie pugliesi):

C’è chi punta sulla tradizione, riscoprendo cibi arcaici come la marzotica (formaggio ricoperto di muffa) e chi innova la tavola con tocchi di alta cucina. Immancabile a Bari il pesce crudo. (Antonella Gaeta, Pasqua di sapori, “la Repubblica”, 30/3/2013)

  • marzeggiare

Come i precedenti gennareggiare e febbreggiare, anche il verbo marzeggiare è impiegato quasi esclusivamente nei detti proverbiali, con il significato, in riferimento al tempo, di ‘essere incostante e variabile con pioggia e sole che si alternano’. A differenza delle altre due voci verbali, però, marzeggiare è registrato dalla maggior parte dei dizionari sincronici e storici. Il verbo è talvolta impiegato anche in senso figurato riferito a chi cambia rapidamente e frequentemente umore.

Tra i vari detti in cui compare il verbo, segnaliamo quelli toscani: Se marzo non marzeggia, giugno non festeggia, Quando marzo marzeggia, april campeggia [= è rigoglioso]; Se marzo non marzeggia, april mal pensa; Se marzo non marzeggia, sarà april che lo pareggia [= sarà stravagante]; Se marzo non marzeggia, april campeggia [= riesce male] e giugno non festeggia; Se marzo non marzeggia, giugno stenta.

  • marzengo

Il suffisso -engo è la variante settentrionale del suffisso -ingo, di origine germanica con la mediazione latina medievale e, sul modello di maggengo, forma derivati come marzengo, lugliengo, agostengo.

Assente nei dizionari contemporanei, ma lemmatizzato nel DEI, l’aggettivo marzengo significa ‘di marzo’ e indica il frumento che si semina in tale periodo. Il termine compare nel Vocabolario agronomico-italiano (1804) di Gagliardo con la definizione “Aggiunto del frumento, che si semina in Marzo”; tale definizione è poi ripresa da vari dizionari, tra cui il Dizionario della lingua italiana (1822) di Francesco Cardinali e il Dizionario della lingua italiana (1827) di Luigi Carrer.

Talvolta ne viene fatto anche un uso sostantivato:

Ogni qualunque anche piccolo tratto di terreno suscettibile si coltiva a grano. Pe’ luoghi più frigidi ed estesi, coltivato il campo a grano per qualche anno più o meno secondo la sua produzione, si lascia per qualche altro a prato, ove l'erba cresce da sé. Ai marzenghi succedono gl’invernenghi; […] all’orzo la segale; a questa e (ne luoghi men frigidi al frumento ancora) il grano saraceno; a questo ed alle patate, l’orzo ed il frumento marzengo, il formentone, e le patate ancora. (Filippo Re, Annali dell’agricoltura del Regno d’Italia, Milano, Giovanni Silvestri, 1809-1814)

In rete è inoltre possibile trovare alcune attestazioni del sostantivo marzenga come sinonimo di lasca, pesce d’acqua dolce di colore grigio argenteo, molto comune nei fiumi italiani:

Questo pesciolino grafomane è il «Chondrostoma genei», nome scientifico della più familiare lasca, detto anche marzenga o streig, oppure ancora strig. È un piccolo pesce di acqua dolce, la sua lunghezza non supera quasi mai i venti centimetri, non è particolarmente attraente o appariscente a causa della sua anonima coloritura grigia e la sua carne piena di lische lo rende poco appetibile. (Gabriella Crema, La lasca scrive all'uomo 'Aiuto, rischio la vita!', “la Repubblica”, 22/9/2004)

  • marzeria

Termine proprio dell’agricoltura, la marzeria indica l’insieme degli ortaggi che si seminano durante il mese di marzo. Il GDLI riporta anche la definizione tratta dal Nòvo Dizionàrio universale della lingua italiana (1887-91) di Policarpo Petrocchi:

marzeria’: la roba che si semina in marzo: orzo, orzola, gran marzolo, ecc. ‘ormai non vi resta che seminare un po’ di marzeria’. Non com.

  • marziale

Registrato solo dal GDLI, l’antico aggettivo marziale (da non confondere con l’omonimo aggettivo marziale ‘relativo a Marte’ e per estens. ‘relativo alla guerra, bellico’) significa ‘che si riferisce al mese di marzo’. L’esempio riportato dal dizionario storico è tratto dal volume di Michelangelo Tanaglia De Agricoltura. Testo inedito del secolo XV (a cura di A. Roncaglia, Bologna, 1953, v. 1397):

A’ fior, quand’egli è giunto / el tempo marzial, l’ape frequenta.

  • marzio

L’aggettivo marzio non è un derivato di marzo ma viene direttamente dal latino Martius, derivato di Mars, Martis ‘Marte’. I dizionari sincronici riportano esclusivamente la definizione ‘del Dio Marte, dedicato a Marte’, mentre l’accezione ‘che appartiene o si riferisce al mese di marzo; che nasce o sboccia o matura in marzo’ (ad esempio le viole marzie o viole mammole) è presente soltanto nel GDLI:

O Mecenate / del sermon dotto / d’ambo le lingue / ammiri forse / che cosa io celibe / alle calende marzie far voglia. (Antonio Conti, Versioni poetiche, a cura di G. Gronda, Bari, 1966, p. 459)

L’esempio fornito dal GDLI si riferisce alle calende marzie (cfr. le calende gianuarie), giorno in cui si festeggiavano le matronalie (nell’antica Roma, festa celebrata in onore di Giunone, durante la quale le schiave godevano di un intervallo di libertà. La festa cominciava nel boschetto sacro che circondava il tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino e si svolgeva nell’ambiente familiare; ne erano esclusi i celibi e le prostitute).

  • marzirolo

Il sostantivo marzirolo indica un formaggio gorgonzola prodotto in primavera. Deriva dal lombardo marziroeu ‘del mese di marzo’, che viene a sua volta da marz, forma lombarda di marzo. Il termine, attestato per la prima volta nel 1957, è registrato soltanto dal GRADIT e dal Vocabolario Treccani online.

È possibile trovare anche alcune attestazioni di marzirolo come aggettivo, specialmente in riferimento al frumento:

II frumento si può distinguere in tre sorta, in marzirolo, forte, e migliaivolo. Il marzirolo così detto, perché si semina di marzo, in tre mesi matura, anzi ne’ siti molto caldi si perfeziona in quaranta giorni. (Jacopo Ant. Albertazzi, Il padre di famiglia in casa ed in campagna, Milano, Giuseppe Maspero, 1811)

Il frumento si semina in due epoche differenti; alla fine dell’autunno ed alla fine dell’inverno; il primo si dice frumento invernengo o autunnale; il secondo frumento marzirolo; l’epoca della messe varia secondo il clima. (Ercole Marenesi, Elementi di storia naturale ad uso delle scuole di Francia, Milano, Ranieri Fanfani, 1837)

  • marzolino

Il termine di uso comune marzolino, derivato di marzo con il doppio suffisso -olo e -ino, è sia un aggettivo che un sostantivo. Come aggettivo significa ‘del mese di marzo’ (neve marzolina, brezza marzolina), ‘che si semina in marzo’ (grano marzolino), ‘che si fa nel mese di marzo’ (formaggio marzolino). In senso figurato si riferisce a qualcuno o qualcosa di volubile, incostante:

Tutto [Pascoli] ebbe del fanciullo: la mutevolezza continua dell’umore e del pensiero, quella natura «marzolina» ch’è testimoniata concordemente da quanti lo conobbero. (Giovanni Papini, Scrittori e artisti, Milano, 1959, p. 575)

Il sostantivo maschile indica un ‘pregiato formaggio di pecora o bufala, molto delicato, prodotto con il latte delle mungiture di marzo’. Da marzolino deriva il sostantivo femminile marzolina, un formaggio fresco di bufala. La voce marzolino è attestata già da prima del 1400 nel Trecentonovelle di Franco Sacchetti:

Truovaci qualche Marzolino, e metti questa cappellina in bucato, ch’io la vorrò rendere al Beni. (novella n. 98)

Sia l’aggettivo che il sostantivo compaiono in molti proverbi: Tanto bastasse la mala vicina, quanto basta la neve marzolina (e le varianti Tanto basti la mala vicina, quanto la neve marzolina, Tanto durasse la mala vicina, quanto dura la neve marzolina. Così lo spiega Lapucci 2006: “Una vicina importuna e pettegola è fastidiosa; meglio, sarebbe, dunque, che se ne andasse presto, come la neve di marzo”); Chi non è marzolino, sarà raviggi(u)olo (chi non può essere eccellente sarà qualcosa di ugualmente buono, utile, anche se di valore inferiore. Raviggiolo è la variante di raveggiolo, un formaggio crudo di latte di pecora e di capra che si fa con quello che avanza dalla lavorazione del formaggio e si mangia fresco, appena preparato o qualche giorno dopo); Fiorenza ha vino e cacio marzolino; La neve marzolina dura dalla sera alla mattina (e la variante La neve marzolina, viene la sera e va via la mattina); Gallina marzolina, gallina da regina; gallina agostana, gallina da sovrana; Gelo marzolino rattrista il contadino (le gelate nella seconda metà di marzo sono particolarmente dannose per la campagna dove le piante stanno mettendo le gemme e il grano prepara la spiga); La luna marzolina fa (crescere) l’insalatina (e la variante La luna marzolina fa nascere l’insalatina. Come nota Lapucci 2006, a marzo cominciano le prime verdure nell’orto e nei campi nascono le insalate selvatiche che al primo spuntare sono particolarmente tenere. È credenza diffusa che la luna governi la crescita delle piante e dell’insalata); La melica marzolina non patisce né vento né secco; L’uva marzolina non va in cantina.

  • marzolo/marzuolo

L’aggettivo marzuolo (variante popolare marzolo) ha diverse accezioni: può indicare qualcosa che è tipico del mese di marzo, che nasce in marzo (pulcino marzuolo, aria marzuola); in agricoltura e botanica, si riferisce a una pianta che si semina nel mese di marzo o all’inizio della primavera e, in particolare, alle varietà di grano e di cereali affini che si adattano alla semina primaverile (grano marzuolo, biade marzuole); ancora in botanica, è impiegato nella locuzione fungo marzuolo, che fa riferimento a un fungo edule della famiglia delle Agaricacee, ricercato per il sapore eccellente e per la precocità; in ornitologia, indica un uccello che è di passo nel mese di marzo ed è inoltre usato nella locuzione galletto marzuolo, sinonimo di upupa; la locuzione è usata anche in senso figurato, per indicare un bambino irrequieto o un giovane spavaldo, presuntuoso, intraprendente.

Anche come sostantivo marzuolo ha più di un’accezione: in ornitologia, indica sia la marzaiola (varietà di anatra), che la cornacchia nera e, come voce regionale tipica dell’Italia centrale, il biancone; come termine agrario, è invece sinonimo di marza.

Il termine marz(u)olo è presente anche nella tradizione proverbiale: Pace tra suocera e nora, dura quanto la neve marzola (simile alle sentenze viste in precedenza sulla neve marzolina); Chi ammazza il marz(u)olo, ammazza il padre e il figliolo (proverbio toscano: essendo il tempo della cova, la caccia veniva sospesa per permettere agli animali di riprodursi). Vi è anche un detto veneto (riportato in Antoni e Lapucci 1985) sulla Pasqua marzuola, simile ai precedenti proverbi che parlano della Pasqua marzatica: Piova de genaro, erba de febraro, Pasqua marzuola, e femmena torzuola, no buta bien [= ‘pioggia di gennaio, erba di febbraio, Pasqua di marzo e donna girellona non sono cose buone’].

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