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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Nomi di mestiere e questioni di genere

Vittorio Coletti

PUBBLICATO IL 21 febbraio 2021

In Liguria architetta è diventato titolo ufficiale, riconosciuto dall’Ordine degli Architetti; ma non tutte le architette sono soddisfatte e alcune vorrebbero tenersi il vecchio appellativo al maschile. Il femminile guadagna posizioni ogni giorno in italiano, specie nei titoli di mestiere e professione, la cui mozione femminile è ormai, in tutta Europa, vasta e auspicata (cfr. G. Zarra, Quasi una rivoluzione. I femminili di professioni e cariche in Italia e all’estero, a c. di Y. Gomez Gane, presentazione di C. Marazzini, Firenze, Accademia della Crusca 2017). Nella maggior parte dei casi è solo questione di abitudine e quello che sulle prime sembra inaccettabile o ridicolo poi diventa normale. Dottoressa e professoressa sono nate con taglio spregiativo, ironizzando sulle signore saccenti o inaspettatamente (per i maschi) colte, e oggi sono titoli assolutamente comuni e rispettati.

Accettare una nuova parola è sempre difficile. Sembra che ci sia qualcosa che non va, tra il comico e l’errato. Bisogna dire che ci sono però anche problemi linguistici. Se architetta e architetto funzionano esattamente come sarta e sarto, verso cui nessuno avrebbe niente da dire, sulla coppia ingegnere ingegnera (per altro come infermiere infermiera) ci sono più resistenze, perché le parole a desinenza -e in italiano potrebbero essere tanto maschili quanto femminili (il/la teste, il/la rivale), ma in molti casi formano un femminile proprio, anche perché, se morfologicamente invariato, ai due generi possono corrispondere due significati ben diversi (si pensi alla coppia massaggiatore/ massaggiatrice che penalizza scandalosamente il femminile). La marcatura morfologica del femminile è uno dei grandi problemi della lingua, figlio, quasi sicuramente, di ancestrali consuetudini culturali (cfr. G. Lepschy, Lingua e sessismo, in Nuovi saggi di linguistica italiana, Bologna, il Mulino 1989, pp. 61-84), che inducevano, già in latino e anche prima, a contrassegnare l’eventuale femminile di nomi di agente in maniera forte. Celebre è il caso del suffisso -essa (cfr. A. L. Lepschy, G. Lepschy, H. Sanson, A proposito di -essa, in L’Accademia della Crusca per Giovanni Nencioni, Firenze, Le Lettere 2002 pp. 397- 409): usato già nel greco antico e in latino per indicare un ruolo sociale o una carica femminile importante (abatissa da cui badessa), è stato sempre più adoperato in italiano come indicatore di titoli nobiliari o ruoli femminili primari (principessa, contessa oppure generalessa in quanto moglie di un generale) e di mestieri svolti da donne (anche quando in latino il nome cambiava solo genere ma non morfologia, come sacerdos-tis, che valeva tanto, al maschile, per sacerdote, quanto, al femminile, per sacerdotessa) o di animali di sesso femminile (lea o leaena latine per la nostra leonessa, anche se in toscano antico sono attestati la lea e la leona) e infine pure con una valenza ironica o spregiativa (vigilessa, capessa). Allo stesso modo i maschili a suffisso -tore hanno sviluppato, già in latino, una mozione femminile in -trice (attore / attrice). Eppure, nessuno dei due suffissi è, a rigore grammaticale, indispensabile per il femminile di nomi al singolare in -e, vista la disponibilità della desinenza sia per il maschile che per il femminile (la studentessa da studente, ma la cantante come il cantante, il/la preside, il/la custode). Insomma, l’italiano ha spesso rafforzato la mozione femminile con un suffisso, pur, a norma di sistema, non necessario. Non sempre, però; e non solo senza la sistematicità del tedesco, che, per i nomi di mestiere attribuibili ai due generi, aggiunge il suffisso -in a quelli femminili, ma anche perché a volte nella nostra lingua non occorre un suffisso, come abbiamo appena visto (il/la testimone, il/la parente). D’Achille e Grossmann ritengono che la fortuna attuale dei suffissati in -ista per nomi di agente (un/un’autista, un/un’artista) sia dovuta proprio a questa ubiquità di genere al singolare. Anche se la loro fortuna dipende pure dalla prolifica famiglia degli -ismo, di cui -ista è aggettivo e sostantivo corradicale, la spiegazione è plausibile. Tuttavia, come si diceva, le mozioni femminili sono da tempo rafforzate da suffissi, pur, a rigore, non indispensabili (da sindaco si è fatta per un certo periodo e spregiativamente sindachessa invece di sindaca), o da desinenze specifiche, anch’esse non obbligate dal sistema, come nei sostantivi maschili a suffisso -one e -iere (e dunque ancora a desinenza -e) che hanno mozione in -a, desinenza prevalente del femminile in italiano: brontolone e brontolona, pedone e pedona, infermiere e infermiera, carabiniere e carabiniera. Di qui, dunque, ingegnere/ ingegnera, ma anche pastore/ pastora (nonostante la somiglianza con nomi in -tore/ -trice come fattore/ fattrice) e altri femminili in -a di parole a uscita maschile in -ore, come questora, assessora, controllora (in passato accanto e prima di dottoressa aveva circolato anche una dottora), con casi problematici, tipo gli impervi femminili da maschili in -sore (difensore ha sviluppato sia difensora, che difenditrice e nessuna ha funzionato bene; per il femminile di evasore non ci sono ancora notizie sicure). È proprio a causa di questa molteplicità di soluzioni per la mozione femminile di nomi maschili in -e che il parlante resta a volte incerto, preso da perplessità, aggiungendo interrogativi linguistici a quelli culturali (se una donna fa il muratore, sarà muratrice come la scrittrice o muratora come la tintora?).

Se le cose di lingua si potessero regolare d’ufficio si potrebbe stabilire che i nomi di mestiere in -e valgono, come ammesso dalla desinenza, sia per il maschile che per il femminile (un assessore, un’assessore) e si risolverebbero tanti problemi. Ma la lingua e i parlanti hanno le loro abitudini (che chiamiamo regole) e non è facile e neppure possibile cambiarle d’ufficio e in poco tempo. Non c’è mai riuscito nessuno. D’Achille e Thornton hanno mostrato come la lingua vorrebbe invariabile per genere e numero falegname, mentre ne ammette il plurale falegnami, pur essendo un composto col verbo fa- e un nome di massa, legname, che in genere non si usa al plurale. Ora che qualche donna comincia a lavorare il legno, c’è una spinta degli utenti anche verso un pur non impeccabile femminile falegnama, essendosi opacizzato il composto, diversamente da un/una mangiapane, che, essendo composto per ora ben analizzabile dal parlante, resta invariato come richiesto dal sistema. Insomma, l’abitudine induce a cercare una morfologia specifica per il femminile e frena l’accettazione di mozioni invarianti pur linguisticamente legittime. È dunque consigliabile procedere con cautela e caso per caso.

C’è un altro aspetto su cui lingua e società si trovano reciprocamente a disagio con i nomi di professione e relativi titoli. Ma prima va fatta una premessa. Un nome di professione a volte coincide con l’appellativo con cui ci si rivolge alla persona che la esercita (“buon giorno, maestro/maestra”, incontrando un signore o una signora che fa l’insegnante di scuola primaria); a volte no. Se no, non ci sono problemi, come con medico (anche se c’è chi ha rivendicato, con poca fortuna, per le donne laureate in medicina la forma medica) o insegnante o guida: “Maria/ Mario fa il medico/ l’insegnante/ la guida”. Ma se sì, se titolo e nome di professione sono corradicali, la faccenda si fa più complicata. Inutile dire che, in questo caso, pesa il fatto che, all’origine, l’assegnazione del genere al nome di un mestiere è quasi sempre dipesa dal sesso di chi lo faceva prevalentemente. Se il mestiere è antico, diffuso e/o poco specializzato, la disponibilità del suo nome a seguire il sesso di chi lo fa è ormai comune: Tizio sulla carta di identità avrà scritto “di professione impiegato” e Tizia “di professione impiegata”; Caio farà “il cassiere” e Caia “la cassiera”. Ma quando si tratta di mestieri o meglio di professioni più moderne o avanzate o specializzate, perlopiù svolte solo o prevalentemente da maschi (la società del potere e dell’economia è stata sino a ieri molto maschilista, come ben si sa) e quindi dai nomi prevalentemente maschili, la cosa è più complicata. Si pensi al caso della diplomata del conservatorio o della direttrice d’orchestra, che è poco comune (e non gradito dalle dirette interessate) chiamare Maestra e si preferisce Maestro, mentre non ci sono problemi per lo stesso appellativo rivolto a un’insegnante delle scuole elementari. Per altro, non c’è questa riluttanza, nelle orchestre, per il maschile di un direttore, forse perché Maestro al maschile è sempre stato circondato da un’aura che il femminile non ha avuto (anche se non è da escludere che, ove fosse usato per alte professioni, potrebbe prima o poi acquistarla anch’esso). Oppure, al contrario e ancor più vistosamente, si pensi alla quasi inesistenza del casalingo per classificare l’occupazione prevalente di un uomo (lo si dice semmai disoccupato), mentre è così comune la casalinga per quella di tante donne. Il tratto culturale maschilista c’è, è innegabile, e viene da lontano.

Ma allora come fare quando nome di professione e titolo sostanzialmente coincidono, sono corradicali e quello è maschile ma lo fa una donna cui spetta quindi il titolo al femminile? Se mi chiedono che lavoro fa l’architetta Maria Rossi, potrei rispondere diversamente da “l’architetto”? Sì, certo: anche “l’architetta” potrebbe funzionare, come “la maestra” di cui sopra. Ma se dico che ha aperto uno studio, dirò “da architetto” o “da architetta”? Per la verità, potrei cavarmela con “di architettura”.  Ma se è richiesto che un progetto sia firmato da una persona laureata in architettura che cosa debbo dire: “da un architetto” o precisare “da un architetto o da un’architetta”? Se è ormai preferibile scrivere e rivolgersi “all’avvocata Anna Bianchi”, può essere necessario precisare che Anna Bianchi ha l’abilitazione alla professione di avvocato o ha uno studio di/da avvocato, anche se, in questo secondo caso, potrei evitare lo scoglio ricorrendo al più solenne “studio legale”. Ma il problema resta. Un conto è, infatti, il titolo (usato in genere come appellativo: con “buongiorno, architetta”, si apostrofa la conoscente incontrata per strada) e un conto il nome della professione. Purtroppo, come si diceva, non tutte le professioni hanno un nome diverso dal titolo con cui ci si rivolge a chi le esercita. Come ci si comporta in questi casi? Perché se dico senza esitazioni “Maria è avvocata” (verbo copulativo con legame stretto tra soggetto e complemento predicativo), invece esito a dire “Maria fa l’avvocata” (verbo predicativo in funzione copulativa e legame più lasco tra soggetto e complemento predicativo) e mi viene più spontaneo dire “fa l’avvocato”? Certo, ripeto, molto dipende dalla cultura depositata nella lingua, perché se è spontaneo dire “Maria fa la maestra”, dovrebbe esserlo altrettanto dire “Maria fa l’avvocata o la ministra”. Ma il problema si pone. E anche per un altro aspetto non sottovalutabile.

Bisogna infatti chiedersi se un nome di mestiere o professione non del tutto coincidente con l’appellativo (e quindi col genere corrispondente al sesso della persona che ne ha il diritto) sia utile dal punto di vista linguistico e sociale. Poniamo che una legge stabilisca che una certa autorizzazione è rilasciata “dal prefetto”; nessuno penserà che tutti i prefetti siano maschi e in ogni caso nessuno rifiuterebbe come non valida la firma di una prefetta, perché chiunque capirebbe che, in questo caso, non si parla della persona ma dell’ufficio. Certo, i perbenisti, che oggi iniziano le loro lettere con “Care tutte e cari tutti” (per non dire di coloro che scrivono “car* tutt*”, violando l’ortografia tradizionale per non irritare le femministe più radicali e, da qualche tempo, anche quanti non si riconoscono in nessuno dei due sessi), potranno in un prossimo futuro pretendere e ottenere che la legge scriva che l’autorizzazione è rilasciata “dal prefetto o dalla prefetta”: ma anche in questo caso si penserebbe comunque più alla persona che all’ufficio, il quale, anche se fosse vacante del/della titolare, dovrebbe funzionare egualmente, rilasciare l’autorizzazione, e quindi ha bisogno di un suo nome. È vero, si può obiettare, che si potrebbe parlare di “prefettura”; ma se debbo precisare chi firma? Allo stesso modo si parla dell’elezione del sindaco anche se poi vi concorrono solo candidate. Il nome dell’incarico o professione può essere maschile (come prefetto), ma anche femminile, come guardia: nomi che restano del loro genere a prescindere da chi li fa (“Tizio è stato fermato da una guardia di finanza”, sia che in concreto lo abbia fatto un finanziere o una finanziera). Certo, i nomi di carica o professione solo maschili sono enormemente più numerosi di quelli solo femminili. Ma bastano anche i pochi casi noti al femminile (spia, vedetta) per dimostrare che il nome di un mestiere, prima o poi (sentinella, medico), ha finito per prescindere dal sesso di chi lo fa. L’italiano, del resto, non ha un terzo genere, come il neutro del latino (che non era né maschile né femminile, aveva altre funzioni e solo di rado si riferiva a esseri umani) e usa per i nomi di mestiere ora un genere ora l’altro, con larga prevalenza del maschile per le ben note ragioni culturali. La crescita dei nomi di mestiere da prestiti integrali inglesi invariabili (manager, designer) e da sigle (PR, CEO) favorirà forse un maggior equilibrio tra nomi di genere morfologicamente diverso (ma dobbiamo auspicarli per questo?), anche se il problema si porrà comunque, quando si dovrà anteporre loro un articolo o concordare con essi un aggettivo (“il permesso deve essere vidimato dal/ dalla manager didattico/didattica”). Nei nomi italiani non si può prescindere dal genere. Per questo, un nome di cariche o di ruoli che prescinda dal sesso di chi di volta in volta li copre è utile e a volte necessario, e, secondo me, non bisognerebbe aver timore ad usarlo nel genere assegnato, anche se oggi non coincide più interamente con quello dell’appellativo.

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