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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Restanza

Raffaella Setti

PUBBLICATO IL 11 gennaio 2023

La parola restanza è un nome astratto derivato dal participio presente del verbo restare, restante (con valore aggettivale e nominale), con l’aggiunta del suffisso -(z)a dei nomi di qualità, come troviamo anche in erranza, militanza, predominanza; si tratta di un processo derivativo piuttosto intricato, non molto produttivo, che quindi genera pochi neologismi, e sottoposto a condizioni non del tutto nette (cfr. Franz Rainer, Derivazione nominale deaggettivale, in Grossman-Rainer 2004, pp. 305-306). La parola prevede un regolare plurale restanze, attestato in rete e sui giornali, in particolare in titoli e interviste:

Nel programma di formazione abbiamo inserito tre parole chiave di cui ti sei fatto promotore: le restanze, le ritornanze e le nuove arrivanze. Ci racconti cosa significa e chi conosceremo durante la settimana a Badolato? Da noi si dice che a pratica ‘rrumpi ‘a grammatica: vuol dire che grazie alla pratica si rompe la grammatica, grazie alla concretezza si possono sperimentare cose nuove. L’obiettivo è di far conoscere attraverso l’esperienza quello che sta avvenendo nel borgo. (Marilisa Dalla Massara, La ricerca di un nuovo ruolo per il territorio, il viaggio, il turismo, post sul sito “Ispirational travel company”, 31/05/2021)

In realtà non siamo di fronte a una forma nuova per l’italiano: il sostantivo restanza è infatti attestato in italiano fin dal Trecento nei significati di ‘ciò che avanza, rimanenza, resto’, di ‘permanenza, soggiorno’ e di ‘sessione, riunione di un’assemblea, di un concilio’ (GDLI), mentre solo recentemente è tornato in auge con nuove accezioni. Un primo recupero novecentesco si rintraccia nel termine corrispondente francese restance (sulla base di résistence), impiegato dal filosofo Jacques Derrida nel significato di ‘resistenza psicoanalitica’ (in Résistances de la psychanalyse, 1999), mentre in italiano, ormai da qualche anno, la parola è ricomparsa in una nuova accezione per riferirsi all’‘atteggiamento di chi, nonostante le difficoltà e sulla spinta del desiderio, resta nella propria terra d’origine, con intenti propositivi e iniziative di rinnovamento’. Dunque, un insieme di resistenza e resilienza, di tenacia e flessibilità messe in campo per affrontare le difficoltà del restare in luoghi amati, ma svuotati di abitanti e di risorse, che vanno rivitalizzati e ricostruiti facendo leva sulle ricchezze ambientali e relazionali trascurate da decenni, ma pronte a essere riattivate.

Con questo nuovo significato è stata utilizzata per la prima volta dall’antropologo calabrese Vito Teti, che nel prologo del suo libro Pietre di pane. Un’antropologia del restare (Macerata, Quodlibet, 2011) intitola un paragrafo La restanza, così definita (p. 21):

L’essere rimasto, né atto di debolezza né atto di coraggio, è un dato di fatto, una condizione. Può diventare un modello di essere, una vocazione, se vissuto senza sudditanza, senza soggezione ma anche senza boria, senza compiacimento, senza angustie e chiusure, con un’attitudine all’inquietudine e all’interrogazione. Restare significa vivere l’esperienza dolorosa e autentica dell’essere sempre “fuori luogo”. Esiste lo sradicamento totale anche di colui che resta fermo.

Emerge subito come qui il concetto di restanza sia correlato a quello di erranza e l’avventura del viaggiare sia intesa come complementare a quella del restare. Tale reazione di attaccamento al proprio luogo di origine e di volontà di rinnovarlo e valorizzarlo è particolarmente evidente – nelle analisi di Teti – in situazioni ambientali e abitative traumatiche, come terremoti, alluvioni, e disastri ambientali. Lo stesso studioso ha continuato ad approfondire la dimensione della restanza, fino a dedicarle il recente volume La restanza (Torino, Einaudi, 2022), dove il significato originario della parola è recuperato attraverso i racconti di nuovi produttori e nuovi “restanti”:

Poi [Carlo] mi porge con rispetto un pane realizzato con diverse farine e mi dice: «Ti ho portato il pane della restanza». Lo interrogo con lo sguardo. Si chiamava «pane della rispensa», dal luogo in cui veniva conservato in un sacco. Era un pane duro, fatto anche una settimana prima […]. Altre persone del luogo [ndr. in Cilento] lo chiamano «pane della rispenza» o «della ristenza» o anche «della restanza», con riferimento a un pane che durava, restava, si consumava duro. Mi arriva, per altre vie, la parola «restanza», adoperata nella sua accezione antica, essenziale nella sua profondità prospettica. Il termine «restanza» si ridetermina nel suo nucleo di significati e indica, riferito al pane, quello che avanza di un alimento del giorno prima o di un’intera settimana e che non si buttava mai, che anzi andava custodito e, variamente ripassato (cotto, arrostito, ammollato, unito a olio o formaggio, a volte a zucchero, altri cibi), veniva consumato in una cultura del valore e della conservazione. (pp. 29-30)

Nel decennio trascorso tra questi due libri di Teti, il termine ha cominciato a diffondersi anche in testi non specialistici e a essere meglio conosciuto e inteso. Nello stesso 2011, a ruota rispetto a Pietre di pane, esce il libro di Pino Aprile, Giù al Sud. Perché i terroni salveranno il mondo, (Roma, Piemme, 2011) in cui il capitolo 20 è intitolato Elogio della «restanza»; e di restanza parla molto anche lo scrittore siciliano Roberto Alajmo, che nello stesso anno, sulle pagine di Repubblica, tratta della parola restanza nel contesto palermitano:

Tutta questa premessa rappresenta una prima motivazione della “Restanza”, parola opposta a “Partenza”, che indica l’ostinazione di chi decide di rimanere. Ma è pure un modo di mettere le mani avanti. Qualsiasi motivazione per (soprav)vivere a Palermo rischia comunque di sembrare consolatoria. E di sicuro lo è la motivazione principale: il fattore M. M come Meteorologia. Motivazione rinviata fino in chiusura di pezzo per timore che possa sembrare banale. Però è un fatto: a Palermo si può contare su una quantità molto alta di giornate di sole. E le giornate di sole in sé aiutano a vivere meglio. Aiutano a respirare. Ad aprire il cuore» (Roberto Alajmo, Il sole è come un sorriso e alla fine ti sconfigge, “la Repubblica”, 2/6/2011)

Il tema del restare nel contesto palermitano sarà di lì a poco oggetto del suo romanzo Palermo è una cipolla (Roma-Bari, Laterza, 2012), dove il termine viene messo in rapporto con altre parole, consonanti nella forma e correlate nel significato, come arrivanza e tornanza.

Nel 2012 la parola è utilizzata, sebbene con una sfumatura semantica non del tutto sovrapponibile a quella teorizzata da Teti, nelle Considerazioni generali di Giuseppe De Rita sul 46° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese del Censis, che introduceva in questi termini il concetto di restanza:

Tre grandi spinte di sopravvivenza: «restanza», differenza, riposizionamento. Proprio nei mesi di più drammatica difficoltà, nel sottofondo della dinamica sociale ha cominciato a vedersi una «autonoma tensione alla solidità». Sono emerse tre grandi spinte di sopravvivenza. La prima è stata il fare perno sulla «restanza» del passato, per riprendere e valorizzare ciò che resta di funzionante del nostro tradizionale modello di sviluppo: il valore dell’impegno personale, la funzione suppletiva della famiglia rispetto ai buchi della copertura del welfare pubblico, la centratura sulla prossimità nella quale si sviluppano le relazioni cruciali, la solidarietà diffusa e l’associazionismo, la valorizzazione del territorio come dimensione strategica di competitività del sistema.

Le parole di De Rita sono state riportate dai giornali e, in alcuni casi, il concetto di restanza è stato associato alla definizione di Derrida:

Quando si è in crisi e tutto sembra venir meno è quasi automatico far conto su quello che ci resta, sulla “restanza”, per usare una focalizzazione semantica di Jacques Derrida che, partendo dalla parola résistance, ed eliminando il “si” intermedio, evidenzia il concetto di restance che ben esprime - anche nella traduzione - quanto sia essenziale nei pericoli difendere, riprendere, valorizzare ciò che resta di funzionante dei precedenti processi di sviluppo. (Mario Pirani, “la Repubblica”, 10/12/2012)

Anche se il termine iniziava a circolare, probabilmente la nuova accezione non era ancora del tutto chiara e il significato di restanza a cui alludeva De Rita nella sua presentazione dei dati del Censis suscitò alcune critiche, dovute alla percezione di una qualche discrepanza semantica rispetto alla definizione di Teti. La questione è stata poi ben sintetizzata da Generoso Picone in un articolo del 2018:

La parola restanza nel 2012 divenne protagonista del rapporto Censis, tipica del lessico di pirotecnia immaginifica impiegato da Giuseppe De Rita. Si era all’epoca del governo di Mario Monti e fu proprio De Rita a legare la voglia di restanza nella società italiana al “riposizionamento” che “non significa tirare a campare. Chi è riuscito a riposizionarsi è probabilmente sopravvissuto”. Questa affermazione, in particolare, provocò la reazione de “Il Manifesto” che in un articolo di Roberto Ciccarelli del 9 dicembre criticò duramente l’impostazione e i risultati dell’analisi di quella fase. Scrisse che “non può non sfuggire l’uso fantasioso, ‘postmoderno’ del neologismo ‘restanza’ per descrivere questa popolare, docile, mite ‘voglia di sopravvivenza’ che emerge dal ceto medio italiano. Un conflitto non politico, neutralizzato, che emerge dalla quercia millenaria di una tradizione popolare. È in questo senso che il Censis parla di ‘restanza’ e non di ‘resistenza’. Così facendo pensa di avere colto un lato del carattere italico che consiste nella silenziosa – ma non rassegnata – accettazione del destino. (L’Irpinia e la sfida della restanza, viaGramsci.com, 7/9/2018)

Dal punto di vista dell’esposizione e quindi della circolazione della parola nel suo nuovo significato, è indubbio che l’impiego di restanza nel Rapporto Censis e la discussione che ne è seguita hanno garantito alla parola citazioni e rilanci sui mezzi di informazione e quindi una diffusione che ha senz’altro contribuito a farla uscire dall’ambito specifico degli studi antropologici: benché progressivamente diminuisca il ricorso alle virgolette, segno di novità del termine, ancora nel 2018 spesso il termine è accompagnato da una breve spiegazione:

Non ci sono più scuole a Castiglione d'Otranto. E neanche un ufficio postale. La popolazione invecchia, gli over 75 sono raddoppiati e dal 1991 a oggi c'è stato un calo del 33 per cento di bambini di età inferiore a sei anni. Eppure la piccola frazione di Andrano, un migliaio di persone in provincia di Lecce – in realtà più vicina al mare di Leuca che al capoluogo – sembra aver trovato la sua via per la felicità. Anzi, per la restanza: quel senso di appartenenza a un luogo talmente radicato da non ammettere abbandono. (Anna Puricella, Il pane, le rose e la restanza di Castigione, repubblica.it, 15/07/2018)

Del resto, il sito della Treccani registra restanza fra i Neologismi 2017, classificandolo come termine dell’antropologia per indicare “la posizione di chi decide di restare, rinunciando a recidere il legame con la propria terra e comunità d’origine non per rassegnazione, ma con un atteggiamento propositivo”, in relazione soprattutto alle difficili condizioni di alcune zone del Sud Italia.

Nessun altro dizionario al momento registra la parola, neanche le due recentissime edizioni del 2023 dello Zingarelli e del Devoto-Oli (in rete: ultima consultazione 26 dicembre 2022), ma se analizziamo l’andamento della sua frequenza in rete e sui giornali possiamo collocare il suo periodo di affermazione, dopo le prime comparse intorno al 2011, tra il 2018 e il 2021. Vediamo qualche dato: Google (pagine in italiano, al 9/11/2022) conta complessivamente 21.400 risultati per restanza (un dato molto generico che non permette di stabilire in che misura i risultati rimandino all’accezione qui indagata), ma scomponendo la ricerca nei singoli anni troviamo che dalle 26 occorrenze del 2011 si arriva alle 1.450 del 2022 con un incremento significativo a partire dal 2018. Anche negli archivi dei principali quotidiani nazionali restanza appare sporadicamente, con occorrenze più numerose in concomitanza alla promozione di libri, manifestazioni, eventi e documentari dedicati al fenomeno: nell’archivio storico del “Corriere della Sera” restanza ricorre complessivamente 18 volte [7 nel 2022; 2 nel 2021; 2 nel 2020; 2 nel 2019; 1 nel 1991 con riferimento a Derrida: “Non è un dimorare permanente per resistere a ciò che passa: la restanza è una scrittura che insieme si iscrive e si cancella. Ora, se nel cuore di questa resistenza c’è restanza, possiamo dire che la restanza si oppone alla solitudine e alla morte” (Patrizia Valduga, Ho solo una risposta. La scrittura, 10/03/1991)]; l’archivio del quotidiano “la Repubblica” restituisce 31 occorrenze di restanza dal 2011 (la prima nell’articolo di Alajmo già citato), di cui 6 fino al 2018, che vanno ad aumentare progressivamente fino alle 13 del 2022; “La Stampa”, nel suo Archivio moderno conta 3 occorrenze (1 nel 2019; 1 nel 2021; 1 nel 2022), mentre la ricerca sul sito dello stesso quotidiano evidenzia 6 risultati tra 2019 e 2020.

Certo, restano numeri decisamente contenuti e, dal punto di vista qualitativo, i contesti d’uso di restanza sono sempre riconducibili o a Derrida o piuttosto alle riflessioni di Vito Teti e alla definizione del nuovo concetto. Ma la teorizzazione di Teti ha avuto alcune ripercussioni importanti e ha contribuito in maniera determinante a offrire un’identità dai contorni più definiti a molte esperienze e iniziative vòlte alla riappropriazione di luoghi e di opportunità e, di conseguenza, a precisare il significato della nuova parola. Così la restanza comincia a emergere come tema narrativo, di rappresentazione e di impegno sociale e politico: nel 2015 esce il romanzo di Carmen Pellegrino Cade la terra che tratta dello sgretolamento di alcuni territori e del conseguente abbandono di paesi e borghi; nel 2018 il premio Strega è assegnato al romanzo di Marco Balzano Resto qui che ha come protagonisti due altoatesini radicati in un paesino spazzato via dalla storia. Tra le esperienze di ri-abitazione di alcune aree ormai abbandonate, grande risonanza ha avuto quella di Badolato, nel catanzarese, in cui è stato realizzato un importante progetto di rigenerazione del borgo fino a farlo diventare luogo, non solo di nuove forme di turismo, ma di produzione e accoglienza di nuovi abitanti in cerca di un luogo dove ricostruire la propria vita. Così è presentato il nuovo borgo nel programma del corso estivo che vi ha avuto sede nel settembre 2021:

Nel Borgo di Badolato (piccolo comune della provincia di Catanzaro in Calabria) è in atto, su piccola scala, un fenomeno interessante che sta dando forma e corpo alla nascita di una nuova comunità interculturale e di respiro internazionale, composta da cittadini storici autoctoni e dai cosiddetti “neo-badolatesi” quali ad esempio turisti italiani ed esteri, “cittadini temporanei” con famiglie di ospiti stranieri, migranti. Un microcosmo di globalizzazione sostenibile caratterizzato da coraggiose RESTANZE, straordinarie RITORNANZE ed interessanti NUOVE ARRIVANZE, a cui si aggiunge un segmento turistico importante, caratterizzato da un variegato mondo di visitatori, ospiti, turisti residenziali, viaggiatori, nuovi cittadini. (Ispirational Travel School Badolato (CZ), 6-12 settembre, pagina internet creata da Alessandra Castellani)

Oltre a questa, molte sono le sperimentazioni di ripopolamento di aree in stato di abbandono, e non solo al sud, ma anche in zone isolate e montane; nascono associazioni e progetti per il turismo responsabile come, nel 2019, It.a.cà (in bolognese: ‘sei a casa?’) e, nel Monferrato, sempre nel 2019, il festival del turismo responsabile è dedicato al tema della restanza che viene così presentato sulle pagine del “Corriere della Sera”:

È il desiderio, la condizione, il sacrificio di chi vuole rimanere legato alle radici; di chi sta dov’è, mentre tutti cercano l’altrove, l’esotico; di chi s’incuriosisce più del vicino che del lontano. È una disposizione che va da Jacques Derrida all’antropologo Vito Teti, dai romanzieri Marco Balzano e Roberto Alajmo a Oscar Farinetti. Un po’ resilienza e un po’ resistenza. Se ne parla per una settimana sulle colline del Monferrato.
[…] Da qualche anno, l’antropologia studia un concetto coniato dal filosofo Jacques Derrida, rilanciato nel 2012 da un rapporto del Censis e poi da un documento di alcuni vescovi italiani, ora entrato nel dizionario Treccani: la restanza. Ovvero il desiderio, la condizione, il sacrificio di chi vuole rimanere legato alle radici. Di chi sta dov’è, mentre tutti cercano l’altrove. Di chi s’incuriosisce più del vicino che del lontano. Di chi barcolla, ma non molla, in lande nobili e decadute. «Ciò che del proprio passato permette di resistere» (Giuseppe De Rita). Il pane del restante è un food più slow che fast ed è talvolta più salato di quello del migrante, ma l’apprezzano in molti: i cervelli di ritorno quanto i nostalgici del profumo di bucatino, i terremotati che non sloggiano come i contadini che non spiantano... (Francesco Battistini, Resilienza più resistenza Praticamente «restanza», “La lettura”, inserto del “Corriere della Sera”, pp. 18-19, 6/10/2019).

Nel 2020 esce il libro di Savino Monterisi, Cronache della restanza (Riccardo Condò editore) e lo stesso autore apre un blog che raccoglie pubblicazioni, iniziative, eventi dedicati all’antropologia del restare. Nel 2021 Alessandra Coppola presenta al Torino Film Festival il documentario La restanza, dedicato ad alcuni giovani salentini (di Castiglione d’Otranto) che rifiutano la fuga come soluzione ai problemi economici e, recuperando colture di grani antichi, sviluppano una nuova economia in piccola scala e trasformano Castiglione nel “paese della restanza”.

Un nuovo concetto, quindi, che si è materializzato nella ridefinizione della parola restanza, ma soprattutto in nuovi progetti concreti vòlti ad arginare lo spopolamento di alcune aree del nostro Paese e a rilanciare economie sostenibili e possibilità di futuro. La tendenza a reagire positivamente a emergenze ambientali, sociali e climatiche sembra promettere la diffusione sempre più ampia di tali esperienze e ciò non può che favorire la circolazione della parola e, sulla spinta di altre contigue per assonanza e semantica come erranza, lontananza, migranza, partenza, nonché le già citate “novità” di arrivanza e tornanza (e si ricordi anche La spartenza, autobiografia di Tommaso Bordonaro, Torino, Einaudi, 1991), il suo potenziale radicamento nel lessico comune. Come derivato assonante (anche se risultato di un processo di derivazione diverso), ma rappresentazione di una realtà opposta a quella offerta da restanza, possiamo segnalare anche il nuovo riccanza – che, in assenza di un verbo riccare e di un participio riccante, andrà considerata una parola macedonia, nata dall’incrocio di ricchezza e abbondanza –, ma anche baldanza, tracotanza, arroganza, reso famoso dagli omonimi show e Serie TV andati in onda dal 2016 su MTV Italia. A questa parola dedicheremo eventualmente un’altra scheda di approfondimento, nel caso si affermi in modo più diffuso e consistente. Per adesso ci fermiamo a restanza.

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