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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

All'interno della neurodiversità

Kevin De Vecchis

PUBBLICATO IL 19 ottobre 2022

La parola neurodiversità – in cui il confisso d’origine greca neuro- ‘relativo al sistema nervoso’ tipico della terminologia scientifica, specialmente medica, si lega al sostantivo femminile diversità – è un calco dell’inglese neurodiversity (registrato nell’OED), termine coniato dalla sociologa australiana Judy Singer nella sua tesi di laurea discussa nel 1998 (Singer 1997-1998; ma cfr. anche i lavori successivi e aggiornati del 1999 e del 2017, in cui si legge che, in prima istanza, la studiosa aveva coniato il termine neurological diversity, ritenuto, però, poco adatto agli slogan) e usato anche, nello stesso anno, dallo scrittore americano Harvey Blume in un articolo apparso sulla rivista “The Atlantic” (H. Blume, Neurodiversity. On the neurological underpinnings of geekdom, theatlantic.com, settembre 1998); sull’origine del termine si rimanda all’articolo sul tema della National Conference for Community and Justice. Alla base di questi lavori e di molti altri condotti in ambito sociologico all’interno dei cosiddetti Disability Studies, vi è un’analogia tra il concetto di neurodiversità e quello più noto e diffuso di biodiversità: in natura non vivono soltanto varietà di organismi con patrimoni genetici differenti, ma anche individui con strutture mentali diverse, che pertanto risultano unici dal punto di vista della loro organizzazione neurologica. La neurodiversità, dunque, si può riferire a ogni essere umano.

Nella lessicografia italiana queste considerazioni sono accolte dal Nuovo Devoto-Oli (edizione aggiornata online, consultata il 17/10/2022), che definisce il termine come “il complesso dei diversi profili di sviluppo neurologico riscontrabili nella specie umana all’interno del quale i profili atipici (quali autismo, disturbi dell’apprendimento, ecc.) sono riconosciuti non come disabilità ma come variazioni naturali al pari di ogni altra differenziazione biologica”, ma non (ancora) dallo Zingarelli 2023, che definisce neurodiversità come termine appartenente all’ambito medico “per indicare disturbi dello sviluppo neuropsichico quali autismo, dislessia, disordini del comportamento o disturbo da deficit di attenzione con iperattività”. I due dizionari, tuttavia, concordano sull’anno di prima attestazione, ossia il 2010. Su Google libri, difatti, non si trovano esempi anteriori a tale data:

Il mio contributo, cercando di non tradire il tema di questa raccolta, si muoverà tra esperienza vissuta e alcune considerazioni sull’originalità dello sguardo che l’avvento degli aspie [accorciamento inglese di Asperger, che indica la persona a cui è attribuita la sindrome così denominata], e più in generale il concetto di neurodiversità, sta portando sulla scena sociale. (Michele Capararo, Mordere la società, culturalmente parlando, in Valtellina 2010, pp. 37-52, a p. 38)

Sulla “Repubblica”, invece, il primo esempio è del 2011:

Il ruolo evolutivo della neurodiversità è chiaro a chi non la intende solo come malattia. Il cervello autistico analizza dettagli. (Paolo Cornaglia Ferraris, Noi, neurodiversi conosciamo altri mondi, repubblica.it, 29/3/2011)

Tuttavia, su Google possiamo reperire almeno un esempio risalente al 2009:

2. I disturbi evolutivi specifici dell’Apprendimento
[…] Sono espressione di neurodiversità che viene definita come sviluppo neurologico atipico, manifestazione della variazione nello sviluppo umano e in quanto tale va riconosciuta e rispettata. (Daniela Bertocchi et alii, Lettera aperta al mondo della scuola e della ricerca sull'Educazione Linguistica ed i Disturbi Specifici dell'Apprendimento, www.giscel.it, ottobre 2009)

All’interno della neurodiversità, e dunque delle varie organizzazioni mentali che esistono in natura, rientrano sia “gli individui il cui sistema nervoso ha seguito uno sviluppo considerato tipico” (si parla in questo caso di neurotipicità e di neurotipico), sia i cosiddetti profili atipici (in quest’altro caso si parla, invece, di neuroatipico e neuroatipicità, neurodivergente e neurodivergenza e neurodiverso), a cui fa cenno il Nuovo Devoto-Oli, ossia “coloro che vengono catalogati in base ad alcuni comportamenti particolari frutto di differenze specifiche del neurosviluppo, come ad esempio nel caso dell’autismo, della sindrome di Tourette, dell’ADHD” (Fabrizio Acanfora, Glossario della diversità, post sul blog www.fabrizioacanfora.eu, 27/9/2020).

Prima di vedere più da vicino queste parole, bisogna precisare che l’opposizione tra neurotipico e neurodivergente (o neuroatipico) non corrisponde assolutamente a quella tra neurologicamente sano e neurologicamente malato. Non c’è, infatti, una contrapposizione in chiave medica: gli studi che sono stati condotti su questo tema mirano a valorizzare e legittimare i diritti dell’individuo – neurotipico o neuroatipico che sia – da un punto di vista non soltanto biologico, ma anche politico e sociale. L’obiettivo ultimo, dietro a queste scelte linguistiche, è quello di far sì che la neurodivergenza sia accolta come una diversità naturale al pari della neurotipicità e non venga più considerata una patologia da curare. Si parla di “specificità umana o differenza nei modi di socializzare, comunicare e percepire, che non sono affatto necessariamente svantaggiosi” (Marina Morgese, Neurodiversità: verso la valorizzare delle risorse, nel rispetto delle differenze. Dalla storia del termine all’odierno dibattito, www.stateofmind.it, 31/12/2018), come d’altronde può accadere con altre differenze, come quelle legate all’etnia o al genere (cfr. Jaarsma-Wellin 2012).

Neurotipico e neurotipicità

L’aggettivo (usato anche come sostantivo) neurotipico, spesso abbreviato con la sigla NT (che in inglese si usa per l’espressione neurologically typical corrispondente all’italiano neurologicamente tipico), come abbiamo detto, indica una persona con una struttura neurologica tipica, ossia standard, come la maggior parte delle persone. È registrato dal Nuovo Devoto-Oli con la definizione “che presenta un profilo neurologico tipico, privo di disturbi” (ma la parola disturbi non sembra in linea con le convinzioni che sono alla base dello stesso termine definito), con data di prima attestazione molto più antica rispetto a quella di neurodiversità (e anche a quelle dei termini che vedremo più avanti), ossia 1923. A tale altezza cronologica è possibile rintracciare soltanto un’occorrenza, fornitaci da Google libri, in cui l’aggettivo al femminile è riferito al sostantivo tara, che in ambito medico significa ‘malattia o anomalia ereditaria’ (Nuovo Devoto-Oli). Si trova all’interno di un articolo scientifico pubblicato sui “Contributi del laboratorio di psicologia e biologia”, il cui primo numero risale al 1925 (Google Libri riporta erroneamente la data 1923, che potrebbe aver tratto in inganno il Nuovo Devoto-Oli, qualora si trattasse della stessa attestazione di riferimento del dizionario). Non ci è possibile risalire con esattezza al titolo e all’autore dell’articolo, ma possiamo fissare il termine ante quem al 1935, anno in cui è stato pubblicato un volume contenente anche i numeri precedenti della rivista (si potrebbe ipotizzare in base agli indici dei “Contributi del laboratorio di psicologia e biologia” che si tratti di Ludovico Necchi e Arcangelo Galli, Ricerche sui fanciulli instabili, pubblicato sulla rivista nel 1931, vol. 6). Il passo in questione è il seguente:

Nel caso 53° l’ambiente domestico scadente basta probabilmente a giustificare il vagabondaggio del fratello del soggetto, senza costringerci ad ammettere che in quanto [sic] alle cause paratipiche si affacci una tara neurotipica.

In ogni caso, l’attestazione rimane del tutto isolata e non sembra riferirsi ai concetti qui trattati. Questo ci porta a ipotizzare che si tratti di un aggettivo diverso. Le occorrenze successive di neurotipico riprendono, infatti, soltanto dal 2010 e anche il corrispettivo inglese neurotypical è registrato nell’OED a partire dal 1994.

Il fenomeno aspie ritengo abbia ben più potenzialità del semplice riconoscimento della propria diversità intesa come deficit delle abilità standard di un individuo neurotipico (Michele Capararo, Mordere la società, culturalmente parlando, in Valtellina 2010, pp. 37-52, a p. 45)

Sulla stampa le occorrenze di neurotipico hanno una scarsa diffusione: sulla “Repubblica” se ne contano 3 al maschile singolare (2013, 2014 e 2015) e 17 al plurale (1 nel 2011, 2 nel 2012, 2 nel 2013, 4 nel 2014, 1 nel 2015, 2 nel 2017, 3 nel 2019, 2 nel 2020), 1 al femminile singolare (2021) e 2 al plurale (2016, 2021); sul “Corriere della Sera” 3 al maschile plurale (2018, 2019, 2021), 3 al femminile singolare (2015, 2019, 2022) e 2 al femminile plurale (2019, 2021). Una diffusione maggiore si trova sul web, in particolare sul social network Twitter, dove inizia a circolare a partire dal 2012 (neurotipico ha solo 3 occorrenze nel 2012, ma nel 2021 ne raggiunge ben 75).

Il sostantivo neurotipicità ‘complesso delle strutture neurologiche più frequenti e per questo considerate standard’, ‘condizione di un individuo neurotipico’ invece non è stato finora registrato da nessun dizionario italiano. La prima attestazione su Google libri che siamo riusciti a reperire è del 2015:

Anche in quest’ultima dimensione, la norma viene problematizzata e il costrutto della neurodiversità diventa il contraltare della neurotipicità, cioè del gruppo sociale dominante caratterizzato da una cultura e da un pensiero fondati sulla norma. (Roberto Medeghini, Introduzione, in Norma e normalità nei disability studies: riflessioni e analisi critica per ripensare la disabilità, a cura di Roberto Medeghini, Trento, Erickson, 2015, s.p.)

Anche su Twitter le prime occorrenze compaiono nel 2015 (3 soltanto; nel 2021 se ne contano 16), ma sul web è possibile risalire indietro di qualche anno, grazie all’articolo Autismo e Neurotipicità. Un incastro imperfetto…ma possibile di Ilaria Cosimetti (www.stateofmind.it, 2/4/2012) e a un articolo coevo apparso sulla “Repubblica”:

Abbiamo scelto le passioni perché sono un ponte tra neurodiversità e neurotipicità e costituiscono una opportunità fondamentale di apprendimento, socializzazione ed inserimento lavorativo. (Valeria Pini, Giornata mondiale dell’autismo. Le passioni che aiutano a crescere, repubblica.it, 30/3/2012)

Dal punto di vista della formazione delle parole, il confisso neuro- si lega all’aggettivo tipico (e al sostantivo tipicità), che, oltre a due significati generali (‘che presenta le caratteristiche costanti e distintive di una categoria determinata’ e ‘rappresentativo di una determinata realtà’), possiede anche accezioni di ambito statistico (‘di caso singolo sufficientemente rappresentativo di un fenomeno del quale si sia precedentemente controllata la costanza di andamento’) e di ambito medico (‘di malattia che si presenta normale nel decorso’).

Neuroatipico e neuroatipicità

Neuroatipico e neuroatipicità rappresentano gli antonimi grammaticali di neurotipico e neurotipicità (in questo caso neuro- è legato ad atipico e atipicità, a loro volta derivati da tipico e tipicità con l’aggiunta del prefisso privativo a-) e sono formazioni italiane (prive infatti di corrispettivi inglesi). Si definiscono neuroatipiche le persone con “l’autismo, la dislessia, l’ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività), la sindrome di Tourette, la disgrafia, la discalculia, la disprassia. Non essendo una categoria ancora ben definita c’è chi vi fa rientrare anche la depressione, il disturbo bipolare e la schizofrenia” (Acanfora, Glossario della diversità, cit.). La neuroatipicità è di conseguenza definibile come ‘complesso delle strutture neurologiche atipiche, ossia meno frequenti’, ‘condizione di un individuo neuroatipico’.

Anche in questo caso la lessicografia non registra ancora i due termini. La diffusione delle due parole compare principalmente sul web all’interno di forum sull’autismo, come in questo esempio:

- Ma cosa significa neuroatipico? Rientrare necessariamente nello spettro autistico? Non potrebbe essere altro?
- Neuroatipico è semplicemente il contrario di neurotipico. Personalmente preferisco il termine rispetto a neurodiverso (perché neurologicamente diversi lo sono tutti gli esseri umani). E sempre personalmente per me riguarda tutte le possibili differenze su base biologica che divergono in modo significativo dalla norma. (commento sul forum www.forum.spazioasperger.it, giugno 2012)

O, ancora, su blog scritti da parte di chi vive (e studia) la situazione in prima persona:

Nella maggior parte dei discorsi sulla neuroatipicità, noi neuroatipici non veniamo presi in considerazione. (Fabrizio Acanfora, La narrazione della neuroatipicità, post sul blog www.fabrizioacanfora.eu, 16/12/2019)

Mentre su Twitter le prime attestazioni risalgono al 2015 per entrambe le parole (1 occorrenza di neuroatipico nel 2015, 7 nel 2021; 2 di neuroatipicità nel 2015, 10 nel 2021), sulla stampa la situazione è più rarefatta (1 risultato per neuroatipici sulla “Repubblica” in un articolo di Arianna di Cori del 2019; 1 per neuroatipiche sul “Corriere della Sera” in un articolo di Gian Antonio Stella del 2022; neuroatipicità compare soltanto sulla “Repubblica” in un articolo di Vera Gheno del 2021).

Neurodivergente e neurodivergenza

L’aggettivo (anche usato come sostantivo) neurodivergente (spesso abbreviato in inglese con la sigla ND) e il sostantivo neurodivergenza – in cui, questa volta, il confisso greco neuro- si lega nel primo caso a divergente, aggettivo derivato dal participio presente di divergere, e nel secondo al sostantivo divergenza, anch’esso derivato di divergere – sono antonimi lessicali di neurotipico e neurotipicità e sinonimi di neuroatipico e neuroatipicità. Mentre neurodivergenza non è registrato nei repertori lessicografici consultati, neurodivergente ha trovato di recente accoglimento all’interno del Nuovo Devoto Oli (ultima consultazione il 17/10/2022; a settembre il dizionario non aveva ancora inserito la voce), con la definizione “che, chi presenta uno sviluppo neurologico atipico”. Possiamo desumere che entrambe le voci siano un calco dall’inglese neurodivergent (termine attestato nell’OED con la definizione di ‘differing in mental or neurological functioning from what is considered typical or normal; esp. designating a person on the autism spectrum. Also: of or relating to such persons; trad. ‘differente nel funzionamento mentale o neurologico da ciò che è considerato tipico o normale; spec. per designare una persona nello spettro autistico. Inoltre: di o relativo a tali persone’), con prima attestazione in lingua inglese nel 2002, e neurodivergence (‘divergence in mental or neurological functioning from what is considered typical or normal, esp. where this falls on the autism spectrum; the state or quality of being neurodivergent’; trad. ‘divergenza nel funzionamento mentale o neurologico rispetto a ciò che è considerato tipico o normale, spec. laddove questa rientra nello spettro dell’autismo; lo stato o la qualità di essere neurodivergenti’), attestato dal 2015. Secondo alcuni studiosi i termini sarebbero stati coniati da Kassiane Asasumasu, attivista sul tema della neurodiversità, agli inizi del 2000 (cfr. Nick Walker, Neurodiversity: some basic terms & definitions, post sul blog www.neuroqueer.com, senza data).

Le prime attestazioni in italiano di neurodivergente risalgono al 2013 (in una traduzione dall’inglese; la stessa data è riportata dal Nuovo Devoto Oli), per poi continuare con più frequenza nel 2015, mentre quelle di neurodivergenza risalgono al 2016. Vediamo prima neurodivergente:

Neurodiversità è una idea per cui lo sviluppo neurologico atipico (neurodivergente dalla norma) è una differenza normale. (Tony Attwood, Esplorare i sentimenti. Terapia cognitivo comportamentale per gestire ansia e rabbia, traduzione di Federica Vasta, Roma, Armando, 2013, p. 33, nota 10)

La comunità autistica ha coniato un certo numero di termini che sembrano formare le basi di un nuovo ramo dell’identità politica, come ad esempio “neurodiversità”, “neurotipico” o “neurodivergente”. (Ferdinando Sabatino, L’autonomia come sistema, Padova, libreriauniversitaria.it, 2015, p. 96)

Ciò significa che lo sviluppo neurologico atipico neurodivergente è una normale differenza individuale, che deve essere riconosciuta e rispettata come ogni altra variazione umana. (Paola Damiani, DSA e valutazione. Un approccio pedagogico tra riflessioni e prospettive, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2016, p. 88)

Si attesta anche una limitata diffusione sulla stampa e sul web:

Sul sito (autismfriendly.it) è aperta la call rivolta a tutti i giovani neurodivergenti under35 che vivono a Roma e dintorni ad entrare a far parte della redazione. (Nuovo progetto per mappare i percorsi «autism friendly», “Corriere Salute”, settimanale del “Corriere della Sera”, 24/3/2020, p. 17)

La persona neurodivergente ha tendenzialmente una modalità di pensiero differente, “out of the box”, è una sua dotazione di serie. Non necessariamente è geniale, ma è probabile che affronti i problemi in modo diverso, che veda le situazioni da angolazioni non comuni e che proponga soluzioni innovative. (Fabrizio Acanfora, Out of the box!, post sul blog www.fabrizioacanfora.eu, 27/5/2021)

Per quanto riguarda neurodivergenza, riportiamo la prima attestazione e alcuni esempi più recenti reperiti in giornali e blog:

Tatto questo sconosciuto quando ci si relaziona con persone che hanno a che fare con qualche tipo di neurodivergenza (Tweet di @inmiscuirse del 18/08/2016)

Il senso di panico che Robin prova nel comprendere cosa gli adulti stanno facendo alla terra non è solo questione di neurodivergenza (Vanni Santoni, Ricominciamo a esplorare e ci salveremo, “Corriere della Sera”, 17/10/2021, p. 16)

Ecco, spero sia chiaro adesso, e spero soprattutto che un concetto così importante come quello di neurodiversità possa essere utilizzato sempre di più in modo corretto per esprimere la diversità neurologica tra una persona e l’altra, idea importante per cominciare a guardare alle neurodivergenze, come l’autismo, in quanto differenze e non deficit. (Fabrizio Acanfora, Neurodiversità o neurodivergenza?, post sul blog www.fabrizioacanfora.eu, 17/4/2021)

Neurodiverso 

Riportiamo, infine, l’aggettivo (usato anche come sostantivo) neurodiverso, non registrato, almeno finora, dalla lessicografia italiana. Si tratta di un calco dall’inglese neurodiverse, che nell’OED ha il significato di ‘showing a range of variation in mental or neurological functioning; esp. (of a group) including persons on the autism spectrum; (of a person) neurodivergent’ [‘chi mostra una gamma di variazioni nel funzionamento mentale o neurologico; spec. (di un gruppo) che include persone che appartengono allo spettro autistico; (di persona) neurodivergente’], con prima attestazione nel 2002.

Neurodiverso ha una diffusione maggiore sulla stampa rispetto agli altri termini qui esaminati: sulla “Repubblica” ci sono 8 risultati al maschile singolare (1 nel 2013, 2 nel 2017, 1 nel 2018, 2 nel 2019, 2 nel 2021), 15 al plurale (1 nel 2010, 1 nel 2011, 2 nel 2012, 1 nel 2013, 1 nel 2016, 2 nel 2017, 2 nel 2018, 2 nel 2019, 2 nel 2020, 1 nel 2021), 2 al femminile plurale (2020, 2021); sul “Corriere della Sera” 1 al maschile singolare (2021) e 2 al plurale (2018), 1 al femminile plurale (2022).

Su Google libri le prime occorrenze sono cronologicamente in linea con quelle della stampa. La parola sembra diffondersi infatti a partire dal 2010-2011:

Troppo spesso dimentichiamo che, «neurodiversi» e non, possiamo trovare la via giusta solo ascoltando la nostra intuizione, che ci guiderà in modo sicuro, e farà sì che la necessità del lavoro non sia pagata a caro prezzo. (Laura Imbimbo, Aiutiamolo oggi, in Valtellina 2010, pp. 29-36, a p. 35)

L’obiettivo delle osservazioni e delle ricerche è […] quello di fornire strumenti educativi migliori per correggere l’inadeguatezza della società nei confronti della neurodiversità e fornire alle persone neurodiverse strumenti funzionali per l’efficacia della comunicazione. (Luisa Di Biagio, Una vita da regina... dei cani.: Memorie e riflessioni di una persona Asperger, Trento, Erickson, 2011, p. 58)

Dagli esempi si può vedere come neurodiverso sia usato come sinonimo di neurodivergente, cosa non del tutto esatta dal momento che, come abbiamo detto sopra, la neurodiversità riguarda ogni essere umano, e ciò rischierebbe di invalidare il concetto stesso indicato dal termine più ampio che include anche i neurotipici. A sostegno di ciò, alcuni studiosi inglesi preferiscono distinguere neurodivergent da neurodiverse, a cui riservano il significato ‘di un gruppo che contiene al suo interno neurodiversità’. Possiamo aggiungere che neurodiverso si riferisce sostanzialmente a ogni persona, dato che nessuna ha una struttura neurologica uguale ad un’altra.

Conclusioni

Tra le parole qui trattate si possono cogliere alcuni rapporti semantici. Primo tra tutti, quello di iperonimia e iponimia tra neurodiversità, voce attestata nella lessicografia italiana (ma definita correttamente soltanto nel Nuovo Devoto-Oli), e gli altri sostantivi qui trattati (neurodivergenza, neurotipicità e neuroatipicità). Neurodiversità, infatti, ha un significato più ampio e generale, all’interno del quale rientrano quelli delle altre voci citate. In secondo luogo, quelli di antonimia e sinonimia: neurotipicità è antonimo grammaticale di neuroatipicità (così come neuroatipico lo è di neurotipico) ed è antonimo lessicale di neurodivergenza (lo stesso rapporto lega neurotipico e neurodivergente); neuroatipicità è sinonimo di neurodivergenza, così come neuroatipico lo è di neurodivergente.

In generale, tutte le parole nuove qui presentate hanno una discreta diffusione sulle pagine italiane di Google (a volte superiore ai 5.000 risultati, eccetto che per neuroatipico, neuroatipicità e neurotipicità), la stessa diffusione invece non si riscontra sulla stampa (risultati modesti sono però raggiunti dalla voce neurodiversità). D’altra parte, bisogna considerare che si tratta di termini che sono entrati in circolazione, per influsso dell’inglese, piuttosto recentemente (a partire dal 2010) e che il loro àmbito d’uso, almeno inizialmente, era limitato agli studi psicologici o pedagogici. Soltanto in un secondo momento questi stessi termini sono stati accolti nell’àmbito della sociologia e nei discorsi degli attivisti (che in parte sono anche gli stessi studiosi che hanno approfondito il tema in questione). I risultati su Google e le attestazioni riportate dimostrano una successiva espansione anche al di fuori di questi contesti. Non si parla più di neurodiversità e di concetti affini soltanto in àmbito scientifico, ma anche in contesti divulgativi o più informali, come ad esempio sulle piattaforme social, in cui spesso gli stessi utenti che si riconoscono come neurodivergenti cercano di diffondere in dibattiti e scambi di opinione questa terminologia. A tal proposito vale la pena segnalare, all’interno del progetto “Cantieri della Salute”, un percorso di progettazione partecipata che si occupa di questa tematica specifica (è infatti in collaborazione con Neuropeculiar e la UICI Grosseto). Ci riferiamo all’ideazione di un servizio di mediazione, che si sta avviando in questo anno per consentire a tutte le persone neurodivergenti di fruire appieno dei servizi sociosanitari nel territorio dell’area grossetana in Toscana.

Si può dire che rispetto agli anni passati, dunque, il modo di concepire la neurodiversità (e di parlarne) stia cambiando e che questo abbia portato alla diffusione di parole nuove che rivelano un’attenzione e una sensibilità maggiore nei confronti di persone in passato considerate negativamente, talvolta persino malate. Ma la strada è ancora lunga…

Alcuni dati (aggiornati al 20/6/2022)

stringa

Google (ita)

Repubblica

Corriere della Sera

neurodiversità

37.100

36

0

neurotipicità

2.250

1

0

neuroatipicità

1.520

1

0

neurodivergenza/e

5.490

2

2

 

stringa

Google (ita)

Repubblica

Corriere della Sera

neurodiverso/a/i/e

20.150

25

4

neurotipico/a/i/che

33.770

23

8

neurodivergente/i

21.590

0

3

neuroatipico/a/i/che

3.393

1

1

 

Bibliografia

  • Jaarsma-Welin 2012: Pier Welin - Stellan Welin, Autism as a Natural Human Variation: Reflections on the Claims of the Neurodiversity Movement, in «Health Care Analysis», 20, 2012, pp. 20-30.
  • Singer 1997-1998: Judy Singer, Odd People In. The Birth of Community Amongst People on the Autism Spectrum. A personal exploration of a New Social Movement based on Neurological Diversity, tesi di laurea discussa alla facoltà di “Humanities and Social Science” della “University of Technology” di Sidney, 1997-1998.
  • Singer 1999: Judy Singer, Why can’t you be normal for once in your life?, in Disability discourse, a cura di Mairian Corker e Sally French, Buckingham-Philadelphia, Open University Press, 1999, pp. 59-67.
  • Singer 2017: Judy Singer, NeuroDiversity: the birth of an idea, Lexington, J. Singer, 2017.
  • Valtellina 2010: Enrico Valtellina (a cura di), Sindrome di Asperger, HFA e formazione superiore. Esperienze e indicazioni per la scuola secondaria di secondo grado e l’Università, Trento, Erickson, 2010.

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