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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Quel che si rompe si stucca? In alcune regioni, a volte, sì

Vittorio Coletti

PUBBLICATO IL 14 ottobre 2022

Quesito:

Alcuni lettori ci chiedono chiarimenti sul significato del verbo stuccare in contesti come “si è stuccata la collana”, “se tiri troppo la corda, alla fine si stucca”, “stucca il filo con le mani!”.

Quel che si rompe si stucca? In alcune regioni, a volte, sì

Il valore di stuccare, specialmente quando ha forma pronominale, come ‘rompersi, spezzarsi’ è un tratto tipico, se non esclusivo, dell’italiano regionale dell’Italia centrale. Del resto, ce lo dicono anche i luoghi di provenienza (Roma e Pescara) delle due domande che ci sono giunte. Su Google, in questi stessi senso e forma (da non confondersi col ben più comune significato di ‘procedere alla stuccatura di qualcosa’), stuccare è attestato in testi da Genzano di Roma, Teramo, Terni e si accompagna quasi sempre con soggetti dell’area semantica del filo, collana, catena, cavo, corda, cima, fune, anche se non mancano sporadici esempi di altri argomenti (ad esempio, a Villa Rosa di Teramo, alla moto di un tizio “si è stuccata” “la valvola in metallo”). La dimensione regionale di questo uso del verbo stuccare (denominale da stucco in uso già dal Trecento) è ben chiara anche all’autore di un blog che, da Teramo, il 18 maggio 2012, scrive:

Sia benedetto il dialetto. Quando si rompe una corda, per usura o per eccessiva trazione, il verbo usato da queste parti (Roseto degli Abruzzi, NDR) è “stuccare” (che in italiano significa ben altro). Dunque oggi, la cordata di imprenditori teramani… si è “stuccata”. (La cordata si è “stuccata”)

Quindi, la corda e simili possono stuccarsi, cioè rompersi anche quando sono figurate, tanto che “Velinomormora”, commentando vicende politiche locali di un sindaco che “tira, tira”, ha fatto sì che “alla fine la corda si è stuccata” (30 ottobre 2011).
Con il significato di rompersi (di filo, spago ecc.) stuccarsi è registrato anche nel Vocabolario romanesco di Filippo Chiappini (Roma, Leonardo Da Vinci, 1933).

Che l’affiorare in italiano di questo significato di stuccare sia dovuto a sostrato dialettale è probabile. Basti pensare che in un Dizionario online del dialetto romanesco (theromanpost.com) tra le parole a rischio di estinzione è registrato proprio stuccà, verbo tradotto con ‘spezzare’ e che, in un altro sito (users.quipo.it), è riportata l’espressione “nun me stuccà er pacco” per ‘non mi rompere, non mi seccare’. Nelle Aggiunte e commenti al Vocabolario romanesco Chiappini-Rolandi di Belloni e Nilsson-Ehle (Lund, Gleerup, 1957) si osservava che stuccàsse v. rifl. “si trova nel dial. marchigiano, ma non più a Roma”, segnalando il rarefarsi di questo valore del verbo a Roma, anche se nativi romani di oggi non lo ignorano.

Come sarà nato questo significato di stuccare, posto che siamo pur sempre dentro un verbo il cui significato base e già trecentesco è ‘dare, mettere lo stucco’, ancorché pure figurativamente?

Un’ipotesi è che si sia di fronte a un ulteriore slittamento semantico del verbo e della famiglia di stuccare, dopo che il suo significato etimologico è passato (spec. quando in forma pronominale) ad esprimere anche il valore di ‘essere (troppo) pieno di qualcosa’ e quindi ‘esserne nauseato, annoiarsene’, un significato che si manifesta appunto quando uno è sazio, (troppo) pieno di qualcosa. Questo uso figurato è già antico (lo si legge, ad esempio, nella forma aggettivale dal participio passato forte, in Dante, Inferno 18, 126: “le lusinghe / ond’io non ebbi mai la lingua stucca”) e potrebbe essere, a livello regionale, l’anticamera dell’assunzione del significato di ‘rompersi’ di cui ci stiamo occupando. In una grammatica italiano-latina del 1827 ad uso delle scuole lombarde, di F. Bellisomi (Grammatica delle due lingue italiana e latina compilata e proposta per uso de’ ginnasj della Lombardia dal canonico Ferdinando Bellisomi, Milano, Tipografia Pogliani, 1827), sotto il verbo latino capere, è registrata e tradotta questa frasetta:

cepi satietatem urbis > mi sono stuccato della città (p. 95)

in cui stuccare vale ovviamente nausearsi, annoiarsi, stufarsi. Ma di una cosa di cui ci si stufa, si dice pure che “rompe” (forse per ellissi dell’espressione “rompere le scatole”, attestata già da metà Settecento) e quindi il valore di annoiare o stufare potrebbe essere l’intermediario che ha spinto stuccare ad assumere anche quello di ‘rompere, rompersi’: “mi sono stuccato di uscire con loro”, esempio che si legge in un dizionario online sotto il nostro verbo, può ben essere parafrasato con “mi sono rotto a uscire con loro”. Se annoiarsi si rapporta tanto a rompersi (in senso figurato) quanto a stuccarsi, il verbo stuccarsi può diventare sinonimo di rompersi, sia nel senso figurato ben noto e frequente nell’italiano parlato contemporaneo di seccarsi, sia in quello proprio di spezzarsi.

Non è però detto che le cose siano andate così, cioè che si sia trattato di un’equazione semantica che pareggia nel significato due verbi (rompersi e stuccarsi), perché entrambi sinonimi di un terzo (annoiarsi, stufarsi di qlco).

Si potrebbe formulare, ma non documentare, anche l’ipotesi di un’interazione tra due famiglie di parole foneticamente simili, e cioè tra quella del nostro stucco/stuccato e la coppia stocco/ stoccata (da provenzale estoc), detti dell’arma da punta e del colpo che con essa si dà, per cui poi, forse, stucco (attratto da stocco) potrebbe avere assunto il valore dell’effetto di quel colpo, cioè la ferita, la rottura. Ma non mi sembra plausibile, anche a tacere della diversità degli etimi tra le due coppie.

Mi sembra invece più interessante partire dall’osservazione che stuccà(re) nel significato di rompere non è esclusivo dei dialetti centrali, se è vero che, ad esempio, è registrato nel mio dialetto ligure, proprio con questo significato e che nell’ottocentesco dizionario Genovese-italiano del Casaccia (Giovanni Casaccia, Vocabolario genovese-italiano, Genova, Tipografia dei Fratelli Pugano, 1851) il verbo è così definito:

Stucà: Rompere, far due o più pezzi di una cosa, e dicesi per lo più d’oggetti d’acciaio, di legno, vetro o simil materia che si spezzi.

Si può allora ipotizzare che il significato di ‘rompere’ stia in stuccare fin dal suo etimo originario e che come tale abbia circolato in alcuni dialetti, emergendo nell’italiano regionale solo nel Centro Italia. Dobbiamo pensare che stuccare deriva da stucco, una parola di origine longobarda (stuhhi, stukki) che valeva “crosta, intonaco”. Non è impossibile che, data la tendenza delle croste, degli intonaci, a fessurarsi, stuccato abbia assunto anche il valore di fessurato, rotto, e che il verbo stuccare abbia acquisito in vari dialetti quel significato di rompere/rompersi che oggi nell’Italia centrale si affaccia pure nella lingua.

Potrebbe rafforzare questa ipotesi il significato della parola tedesca stück, stücken, pezzo, frammento, che ha un etimo comune con quello longobardo che sta alle spalle dello stucco italiano. Ebbene, questa famiglia di parole tedesche ha ben sviluppato il significato della rottura: zerstücken (o zerstückeln) vale fare a pezzi, a pezzettini. Una ragione in più potrebbe venire anche da questo esempio (risalente in tedesco al xv secolo) riportato, sotto il verbo stückeln, dall’Etymologisches Wörterbuch di W. Pfeifer (accessibile ora tramite il grande dizionario telematico DWDS) nella voce dedicata ai derivati di stück: “in kleine Stücke teilen, aus kleinen Stücken zusammensetzen”: frase che si può tradurre con “fare in piccoli pezzi, ricomporre da piccoli pezzi” e in cui stücken concorre tanto al significato di ‘rompere (in pezzi)’ quanto a quello di ‘aggiustare, rimettere insieme i piccoli pezzi (risultanti dalla rottura)’: un po’ come il nostro stuccare, che, nell’italiano standard, ricompone i pezzi, aggiusta le rotture (con lo stucco) e in quello regionale del Centro Italia e in vari dialetti le mostra, le evidenzia. Che ci sia un’antica parentela nordica nei valori locali di stuccare segnalatici dai lettori?

Anche se così fosse, non sarebbe tuttavia consigliabile indulgere a questo regionalismo, tanto più che si presta a un clamoroso equivoco col significato più comune di stuccarsi, forma passivante di stuccare: “dopo averlo ben ripulito, il legno si stucca accuratamente” non significa certo che lo si rompe con cura…; anzi, quasi il contrario, perché se ne sanano e pareggiano le rotture, le crepe con lo stucco!


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