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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Far fare qualcosa a qualcuno o da qualcuno? Quando il causativo causa dubbi

Cristiana De Santis

PUBBLICATO IL 04 luglio 2022

Quesito:

Alcune domande giunte in redazione chiedono se, con la perifrasi causativa del tipo fare + verbo transitivo all’infinito, sia più corretto introdurre l’esecutore dell’azione con la preposizione a o con la preposizione da.

Far fare qualcosa a qualcuno o da qualcuno? Quando il causativo causa dubbi

Prima di rispondere al quesito, osserviamo come funziona la struttura causativa. Il punto di partenza è una frase semplice del tipo: Ho riparato la macchina. In questa frase, incentrata su un verbo bivalente (riparare), abbiamo un soggetto (io, sottinteso) che coincide con l’agente (chi compie l’azione). Nella frase causativa corrispondente (a) introduco il verbo fare e faccio intervenire un secondo agente (il meccanico), che diventa l’esecutore materiale dell’azione. Accanto a chi fa fare, nel senso che decide e in qualche modo “causa l’azione”, compare chi fa in concreto:

    a) Ho fatto riparare la macchina al meccanico

      Se esaminiamo la frase a) vediamo che la costruzione causativa giustappone due verbi ciascuno avente un suo soggetto: il soggetto (sottinteso) di ho fatto è l’iniziatore (o istigatore) dell’azione, il soggetto (implicito) del verbo all’infinito (riparare) è l’esecutore dell’azione. La frase a) può essere così parafrasata:

      a1) (Io) ho fatto (sì) | che il meccanico riparasse la macchina.

      Nella costruzione causativa compaiono di fatto due agenti, il primo dei quali si assume la responsabilità della decisione, l’altro dell’azione (in questo caso la riparazione). Il primo agente è di regola espresso o comunque ricostruibile dalla forma verbale esplicita del verbo fare, il secondo (l’esecutore) può anche non essere espresso (come in b):

        b) (Io) ho fatto riparare la macchina.

          Quando è espresso, come nella frase a), l’esecutore dell’azione si aggiunge all’oggetto diretto del verbo predicativo (la macchina) come un secondo oggetto, necessariamente indiretto, di regola preceduto dalla preposizione a (al meccanico). Possiamo interpretarlo semanticamente come il destinatario dell’ordine o del permesso di fare qualcosa:

            a) Ho fatto riparare la macchina al meccanico.

              Vale la pena ricordare che in italiano antico la costruzione causativa poteva realizzarsi con due oggetti diretti e un ordine dei costituenti diverso da quello attuale (l’esecutore seguiva immediatamente il verbo come suo primo oggetto), come nel celebre esempio dantesco “la ’mpresa che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo” (Paradiso XXXIII, 95-96).

              Non stupisce pertanto che in italiano contemporaneo la frase causativa ammetta un equivalente passivo:

              a2) La macchina è stata fatta riparare dal meccanico.

              In questo caso l’esecutore dell’azione occupa la posizione tipica dell’agente nella frase passiva ed è preceduto dalla preposizione da, che introduce quello che chiamiamo “complemento di agente”.

              Per analogia, nella frase attiva possiamo trovare la preposizione da al posto di a per introdurre l’esecutore quando è sentito come l’agente effettivo (a3):

                a) Ho fatto riparare la macchina al meccanico

                  a3) Ho fatto riparare la macchina dal meccanico.

                  Che la costruzione a) sia in realtà la più “normale” è confermato dal fatto che, se nella frase attiva sostituiamo il secondo argomento del verbo con una particella pronominale, adoperiamo gli, che equivale ad a lui:

                  a4) Gli ho fatto riparare la macchina

                  Va detto però che l’uso della preposizione da è legittimo e trova una spiegazione nella funzione della costruzione causativa, alla quale si ricorre per attenuare l’importanza del soggetto iniziatore dell’azione (tecnicamente si direbbe: il suo “grado di agentività”) grazie all’introduzione di un altro protagonista sulla scena con ruolo di esecutore materiale. Proprio nei contesti in cui l’esecutore dell’azione è sentito come l’agente dotato di maggiore pregnanza, si tende a sostituire la preposizione a con la preposizione da, come in alcune delle frasi suggerite da chi ha scritto per segnalare il proprio dubbio.

                  Nelle due frasi che seguono, per esempio, pur essendo legittime entrambe le preposizioni, tenderemo a usare la preposizione a nel primo caso (c, perché il grado di agentività di chi dovrebbe fare i compiti è più basso), la preposizione da nel secondo (d, perché una visita medica comporta un grado maggiore di agentività):

                    c) Faccio fare i compiti agli studenti

                    d) Faccio visitare mia figlia dal dottore

                        In alcuni casi, la selezione della preposizione può essere influenzata anche dalla presenza di un’altra preposizione analoga nella frase:

                          e) Tizio si impegna a far adottare a Caio tutte le misure necessarie.

                            e1) Tizio si impegna a far adottare da Caio tutte le misure necessarie.

                            Ferma restando la correttezza di entrambe le formulazioni, la frase e1), rispetto a e), consente di distinguere con più chiarezza la preposizione retta dal verbo impegnarsi da quella che introduce l’esecutore in funzione di oggetto indiretto.

                            Insomma, il dubbio è legittimo e la risposta dipende dal contesto: di fronte a due agenti c’è sempre un potenziale conflitto di funzioni, che a volte tendiamo a risolvere modificando la proposizione per evitare ambiguità sul “chi debba fare cosa”.

                            Un’interessante riflessione sulla diversa prospettiva introdotta dall’uso delle diverse preposizioni nella frase causativa è contenuta nella grammatica di Sabatini, Camodeca, Santis (2011, p. 192 s.), illustrata con schemi radiali:


                            Il percorso delle frecce all’interno del cerchio rosso del verbo mostra come, nel primo caso, il pensiero di Giuliana (espresso dal verbo “fa”) vada subito al meccanico perché ripari la macchina al suo posto. Nel secondo caso, invece, il pensiero di Giuliana si rivolge prima all’oggetto diretto (la macchina, che ha bisogno di essere riparata), che viene quindi reinterpretato come il soggetto di una frase passiva, di cui il meccanico è l’agente. Gli autori spiegano: “Può sorprendere che si dia valore di passivo a una costruzione che ha il verbo in forma attiva (riparare), ma la presenza di dal dimostra che il valore è questo. Ce lo conferma il fatto che in altre lingue si ha la costruzione anche formalmente passiva. In inglese una frase come Maria ha fatto riparare la macchina si esprime con Mary had her car repaired” (ivi, p. 193).



                            Nota bibliografica:

                            • Franca Brambilla Ageno, Il verbo in italiano antico, Milano, Ricciardi, 1956.
                            • Francesco Sabatini, Carmela Camodeca, Cristiana De Santis, Sistema e testo. Dalla grammatica valenziale all’esperienza dei testi, Torino, Loescher, 2011.
                            • Raffaele Simone, Causativa, costruzione, in Enciclopedia dell’Italiano, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2010, s.v.

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