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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Di’ tu (e non dici tu), se fedele...

Paolo D'Achille

PUBBLICATO IL 20 giugno 2022

Quesito:

Sono arrivate molte domande che chiedono se è corretta la forma imperativale dici, di cui di’ è considerata forma apocopata.

Di’ tu (e non dici tu), se fedele...

Iniziamo subito sgombrando il campo da un equivoco: come precisa la Grammatica di Luca Serianni (Serianni 1989, I, §§ 242-243), la forma imperativale di II persona singolare di’ non costituisce la forma apocopata di dici, ma è l’esito diretto del latino dic, così come fa’ deriva dal latino fac (le altre due forme monosillabiche di imperativi latini, duc e fer, non hanno invece lasciato tracce in italiano, perché i verbi ducere e ferre non si sono conservati per via popolare).

Mentre nel caso di fa’ (come pure di da’, sta’ e va’) l’apostrofo si può spiegare a partire dalle forme dell’indicativo fai, dai, stai e vai, che nel fiorentino ottocentesco, e poi nell’italiano contemporaneo, si sono affiancate a quelle tradizionali (fa, da, sta e va), in di’ la sua presenza si giustifica solo con l’opportunità di distinguere la forma verbale sia dalla preposizione di, che non viene accentata perché atona (l’accento sintattico cade sulla parola seguente), sia soprattutto dal sostantivo monosillabo ‘giorno’, dal lat. diem (che va accentato anche nei composti: buondì, lunedì, martedì, ecc.). Del resto anche l’apostrofo in da’, fa’, sta’ e va’ è funzionale soprattutto per distinguere le forme imperativali di II persona singolare da quelle della III persona dell’indicativo. Ma anche la grafia non si può considerare scorretta, ed era anzi frequente nella lingua letteraria del passato, in cui però alla fine ha prevalso di’, che si legge nell’esempio che ho messo nel titolo, tratto dal libretto (di Antonio Somma) dell’opera Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi, che costituisce il primo verso della ballata che il tenore intona nel secondo quadro del primo atto (e che ho scelto perché, per l’occasione, potrebbe essere fatto seguire da un secondo verso come “vuoi stare alla norma”, invece dell’originario “il flutto m’aspetta”).

La forma imperativale dici è certamente estranea all’italiano standard e non risulta documentata neppure nella lingua letteraria del passato che ne è alla base; se mai è di’ che poteva essere usato, e non soltanto in poesia, per la II persona singolare del presente indicativo, come segnala, per es.,  la Teoria e prospetto ossia Dizionario critico de’ verbi italiani di Marco Mastrofini (Roma, De Romanis, 1814, vol. I, pp. 238-241), che cita tra gli esempi “In fé di Dio, tu di’ il vero!” (Giovanni Boccaccio, Decameron, III I 17).

Da qualche tempo, però, dici come imperativo ha effettivamente una certa diffusione, e non soltanto nel parlato, ma anche nello scritto, come dimostrano questi esempi, sia pur isolati.

- Avanti, dici pure la tua. (Ruggero De Ruggiero, Il pretesto, Napoli, Guida, 1999, p. 33)

- Dici a tuo padre che dobbiamo parlare. (Angelo Mellone, La stella che vuoi, Cosenza, Pellegrini, 2018)

C’è anche un’attestazione ottocentesca:

- Scommetto che ti abbia sfiorato la pelle!
- Niente affatto! Se fossi dilettante di novene o di serenate, mi sposerei il violino della signora!
- Dici meglio la signora del violino!...
- Dirò tutto quello che vuoi; ma don Marzio non essendo un provinciale, né un amico vanitoso, finisce sempre come àn finito tutti i giovani di spirito.
(Da Messina al Tirolo. Viaggio di un uomo senza testa compilato da un uomo senza testa, a cura di Raffaele Villari, Messina, Pappalardo, 1867, p. 88)

A mio parere la forma può essere variamente spiegata: 

  1. come risalita in alcune varietà di italiano regionale di un tratto dialettale, perché forme del genere sono effettivamente presenti in alcuni dialetti italoromanzi: dici è diffuso, per esempio, nell’italiano parlato a Napoli, in corrispondenza del dialettale dìcə o rìcə (adotto una trascrizione semplificata, ma con lo schwa) ed è usato negli sketch del duo comico partenopeo Arteteca (Monica e Enzo), come una sorta di tic linguistico di lei. Del resto, come segnalano Nicola De Blasi e Luigi Imperatore (Il napoletano parlato e scritto, con note di grammatica storica, Napoli, Libreria Dante & Descartes, 2000, p. 87), il dittongo metafonetico nelle forme imperativali lieggi, mietti, rispunni si spiega perché si tratta in realtà di forme di indicativi usate come imperativi. La stessa cosa vale per dici, per il quale si potrebbe inoltre invocare l’influsso della forma di II persona plurale, che in entrambi i modi verbali è dicìte (chi non ricorda la canzone Dicitincéllo vuje ‘diteglielo voi’, con spostamento d’accendo dovuto alla presenza dei pronomi clitici), nonché dell’imperativo negativo non dicere);
  2. come erronea ricostruzione a partire appunto dalla grafia di’, visto che l’apostrofo indica di solito un’apocope, come in po’ da poco;
  3. con l’analogia con le coniugazioni regolari dei verbi di II e III coniugazione (in cui l’irregolare dire rientra), che presentano omonimia tra le forme di seconda persona del presente indicativo e quelle dell’imperativo (tu vedi e vedi!, tu leggi e leggi!, tu parti e parti!), ulteriormente favorita dall’uso imperativale di dai, fai, stai e vai ricordato all’inizio;
  4. con la sostituzione, frequente nel parlato, dell’imperativo vero e proprio con il cosiddetto “indicativo iussivo”, a cui si ricorre per esprimere un ordine, specie se perentorio – per cui al posto di “Basta, fermati e ascoltami!”, si può dire “Basta, ti fermi e mi ascolti” e così, invece di “Adesso dimmi bene che è successo”, “Adesso mi dici bene che è successo” –, che ha portato a una confusione tra le due forme.

Ma la possibile spiegazione della forma non comporta il suo accoglimento. Frasi come quelle riportate dai nostri lettori che contengono un dici imperativale – “Dici cosa vuoi!”, “Marco, dici la verità!” (in cui peraltro, se tratte dallo scritto, dici potrebbe anche essere un semplice refuso per dicci, cioè ‘di' a noi’, con normale raddoppiamento sintattico del clitico; e questo vale anche per l’esempio di De Ruggiero sopra riportato) e lo slogan “Dici no alle ingiustizie!” – sono da considerare senz’altro scorrette, e non solo nello scritto, ma anche nel parlato appena sorvegliato.

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