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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

E tu (con) cosa ceni?

Monica Alba

PUBBLICATO IL 17 dicembre 2021

Quesito:

Non pochi lettori ci chiedono se l’uso transitivo dei verbi pranzare e cenare sia ammissibile (ad esempio: Paola da Milano ci chiede: «il mio collega d’ufficio, di origine molisana, durante la pausa pranzo volendo chiedere “che cosa mangerai?” ha usato la seguente espressione: “tu che pranzi?”»; e Beatrice da Roma: «Mi capita spesso di sentire persone che chiedono “cosa hai pranzato?” “cosa ceni?”»; Olindo da Napoli: «Riguardo l’uso del verbo cenare, è possibile riferirlo ad un complemento oggetto? “ho cenato un piatto di pasta”», e tante altre di questo tenore).

E tu (con) cosa ceni?

Tutti i vocabolari, storici e sincronici, sono concordi nell’attribuire primariamente a pranzare e cenare il significato di ‘consumare il pasto’, rispettivamente quello diurno (il pranzo) e quello serale (la cena). In questa accezione, i due verbi vengono indicati come intransitivi e rientrano pienamente – secondo il modello di analisi basato sulla struttura argomentale – tra i cosiddetti monovalenti: richiedono cioè la reggenza di un solo argomento, il soggetto (cfr. la scheda Valenze e reggenze dei verbi a cura di Manuela Cainelli e Raffaella Setti).

Si potrebbe affermare, dunque, di essere giunti alla soluzione dei quesiti iniziali; eppure, le numerose segnalazioni pervenute in redazione, e soprattutto l’ampio arco temporale che abbracciano (2003-2021), rappresentano per il linguista un segnale di non poca importanza.

Bisogna a questo punto dividere le strade dei due verbi e provare a ripercorrerne la storia attraverso i maggiori strumenti lessicografici.

Rispettando l’ordine abituale dei pasti, cominciamo con l’analizzare l’uso transitivo di pranzare: il tipo pranzare qualcosa, con il significato dunque di ‘mangiare a pranzo qualcosa’, non è segnalato da alcun vocabolario dell’uso consultato (GRADIT, Sabatini-Coletti 2008, Devoto-Oli 2021, Zingarelli 2021) ad esclusione del Vocabolario Treccani, che tuttavia lo marca come raro. Da quanto riportato dal GDLI, inoltre, la transitività di pranzare pare non avere antecedenti nella storia della nostra lingua.

Diverso è il caso di cenare, e, in effetti, almeno da quanto emerge dal numero dei quesiti giunti al servizio di consulenza, fra i due è il verbo la cui costruzione sintattica fa affiorare maggiori perplessità. Non a caso, le prime segnalazioni sulla circolazione di cenare + argomento oggetto diretto risalgono a non pochi anni fa: nel 2003, Annalisa Nesi vi aveva dedicato un ampio articolo, pubblicato sul n. 47 (II, 2013) della “Crusca per voi” (cfr. Fare pranzo o mangiare pranzo? Cenare una pasta? Merenda o spuntino? Pranzo o cena? Consigli di lingua, non di dieta!, pp. 11-12). Come rilevato dall’accademica, cenare transitivo, nell’accezione di ‘mangiare a cena’, ha una storia ben più lunga rispetto a pranzare: conosciuto e usato a Firenze almeno dal Trecento, il costrutto è registrato a partire dalla quarta impressione (vol. I, 1729-1738) del Vocabolario degli Accademici della Crusca (s.v. cenare [2]), che riporta come esempio un passo tratto dal Decameron di Boccaccio, poi ripreso dal Tommaseo-Bellini e successivamente anche dal Grande dizionario della lingua italiana (GDLI): “Egli ed ella cenarono un poco di carne salata, che da parte aveva fatta lessare” (g. 7, n. 1); ma possiamo ricordare ancora molti altri esempi nella storia della nostra lingua, come quello quattrocentesco delle lettere di Matteo Franco, in cui il cortigiano dei Medici scrive: “cenamo insalata, jo [uno] erbolato optimo e ricotte rifritte, e baccegli, e cacio” (lettera V [62]; si veda lo studio di Giovanna Frosini, Lettere di Matteo Franco, Firenze, Accademia della Crusca, 1990, p. 223); o quello cinquecentesco del Diario di Pontormo, in cui l’artista, nell’annotare quotidianamente la sua dieta, scrive: “cenai once 9 di pane, carne e cacio” (c. 66 r. 30); fino ad arrivare ad attestazioni ottocentesche, come quella presente nell’Edoardo di Antonio Bresciani (1859): “Vi siedono attorno le liete brigate a cenare la lattughetta colla vitella di montagna” (su quest’ultimo esempio si veda il già citato articolo di Nesi, p. 12). Del resto, la transitività di cenare, seppur rara, è segnalata anche dalla grammatica di Salvatore Corticelli (1745); nell’Appendice terza (libro II, cap. II, p. 186) si legge: “Alcuni verbi, i quali ordinariamente sono assoluti, o costruiti neutralmente, si fanno talora attivi di quest’ordine. Eccone alcuni esempi: Cenare. Bocc. g. 7. n. I Cenarono un poco di carne salata” (p. 187).

Una costruzione antica, dunque, che, secondo quanto riportato dagli studi di Franca Brambilla Ageno (Il verbo nell’italiano antico. Ricerche di sintassi, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi editore, 1964) ricalcherebbe quella della lingua latina. Accanto al significato di ‘mangiare il pasto della cena’, in latino cenare era talvolta utilizzato col significato transitivo di ‘mangiare a cena’: “nec modica cenare times holus omne patella” [‘non disdegni cenare verdure di ogni genere in un modesto piatto’] (Hor. Epist., I, 5, 2, ma da Brambilla Ageno 1964, p. 39). Infatti, i principali vocabolari storici e sincronici registrano questa costruzione, ma la glossano come rara e letteraria (GDLI, GRADIT, Sabatini-Coletti 2008, Devoto-Oli 2021, Zingarelli 2021 e Vocabolario Treccani).

Pur tenendo conto della disparata provenienza geografica delle segnalazioni, inoltre, risulta difficile motivare il fenomeno con una interferenza dialettale, sebbene — come ha osservato Annalisa Nesi a suo tempo — non la si possa escludere.

Allora, cosa rispondere ai nostri lettori? La transitività di cenare, come quella di pranzare (il cui uso è più recente, nato forse per analogia), rientra semmai in quella tipica tendenza del parlato a optare per strutture più economiche, brevi e semplici, come del resto accade per altre forme (vedi almeno la scheda di Matilde Paoli sull’uso transitivo dei verbi di movimento).

In definitiva, sebbene non privo di attestazioni antiche, l’uso transitivo di pranzare e cenare resta senz’altro estraneo alla norma: è pertanto fortemente sconsigliato, almeno in un contesto formale.

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