Consulenze linguistiche

Fare profumo, fare puzza: altri modi di odorare

  • Massimo Bellina
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2023.27975

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Copyright: © 2023 Accademia della Crusca


Quesito:

Alcuni lettori ci chiedono delucidazioni sull’uso e sull’accettabilità in italiano comune delle espressioni fare profumo e fare puzza, intese come ‘emanare un odore’, rispettivamente ‘buono’ o ‘cattivo’. Un lettore ci chiede se siano da considerarsi italiano regionale.

Fare profumo, fare puzza: altri modi di odorare

Le espressioni fare profumo o fare puzza non sembrano propriamente conformi allo standard. Sicuramente appartengono a un livello espressivo non colto, ma familiare o popolare, circostanza che non esclude una possibile maggiore diffusione in particolari regioni, come ipotizzato da un lettore. Peraltro, la stessa forma puzza è una variante regionale, seppure diffusa, del sostantivo maschile puzzo.

Importa in ogni caso, prima di giudicare l’espressione solo sulla base di un criterio di registro espressivo, valutarne la legittimità e l’opportunità sul piano logico-grammaticale e storico, nonché dell’efficacia comunicativa.

Premesso che il criterio dell'attestazione storica o letteraria non è di per sé discriminante per la valutazione di un'espressione, osserviamo anzitutto che i dizionari storici della nostra lingua non restituiscono esempi dell'uso. Troviamo, sì, due esempi, peraltro non propriamente letterari, nel Tommaseo-Bellini: “Credesi che si cacciano le zanzare facendo profumo con le noci del cipresso e con le cime delle frondi” (in un antico volgarizzamento di Dioscoride); “Il negromante mi si raccomandò, pregandomi che io gli tenessi il fermo, e che io facessi fare profumi di zaffetica” (nella Vita di Benvenuto Cellini). Ma in entrambi i casi evidentemente fare profumo significa elaborare, creare, ottenere, produrre.

Sul piano paradigmatico, si può rilevare che l’uso è comparabile con due strutture analoghe:

  • le espressioni fare pena, fare senso, fare schifo: usi spesso colloquiali, fondati sull’utilizzo generico e “tuttofare” del verbo fare (nel nostro caso, utilizzato al posto dei più formali suscitare o creare; in altri casi, invece di costruire, svolgere: fare un mobile, fare un lavoro e sim.);
  • il fenomeno della nominalizzazione della frase, che utilizza, anziché un verbo con significato specifico, un verbo generico (fare, effettuare, ecc.) e delegando poi l’espressione del significato a un sostantivo. Nel nostro caso, fare profumo esprime appunto il proprio significato non attraverso il verbo (si tratta di un uso particolarmente diffuso nel linguaggio burocratico: anziché pagare il biglietto > effettuare il pagamento del biglietto).

Sul piano grammaticale, osserviamo inoltre che l’uso in questione può essere assoluto (questo fiore fa un buon profumo, cioè profuma, olezza), ovvero specificato (questo sapone fa profumo di viola).
Questa precisazione è opportuna, perché non sempre i possibili sinonimi colti sono appropriati.

Sul piano logico-semantico, infatti, due sono i possibili significati dell’espressione:

  • ‘emettere profumo, mandare odore’
  • ‘sapere di, avere sentore di’

Spesso i significati coincidono, ma a volte dovrebbero essere distinti per la correttezza dell’informazione: nel primo caso, se dico Lo scarico fa fumo e puzza (oppure: La stufa a pellet fa puzza di fumo durante il funzionamento; esempi reali), intendo dire che quel dispositivo, magari in particolari circostanze, emette puzza di bruciato, non che esso stesso sa di bruciato (come sarebbe invece in un esempio del tipo: questo detersivo fa profumo di lavanda, ossia ha, possiede di per sé la fragranza della lavanda).

In questi casi meglio quindi dire, più propriamente, da una parte, questo detersivo sa di lavanda (sapere, avere sentore); dall’altra, utilizzare i verbi più propri produrre, emettere, mandare, spargere, esalare, rendere, sprigionare. Riporto due esempi letterari classici: “le convalli / popolate di case e d'oliveti / mille di fiori al ciel mandano incensi” (Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 170-172); “o fior gentile, … / … al cielo / di dolcissimo odor mandi un profumo, / che il deserto consola” (Leopardi, La Ginestra, vv. 34-37).

In un elaborato destinato a bambini della scuola elementare (Stagioni e cinque sensi, disponibile in rete), in cui si descrivono in modo semplice e immediato le sensazioni prodotte dal contatto con varie erbe o frutti, si legge: “Che sapore ha?; Di che colore è?”; e, forse per analogia con le espressioni precedenti, “La castagna, che odore fa?”; “La foglia fa profumo ‘di niente’, ma fa prurito al naso!”; “Ogni bimbo prende un chicco. Che profumo fa?”.

Ma si tratta, appunto, di un livello espressivo elementare. D’altra parte, il verbo fare, pur essendo uno dei più frequenti nell’uso comune, ha una sintassi alquanto complessa perché può essere usato con diverse funzioni (verbo pieno, verbo causativo, verbo supporto), con conseguenti restrizioni nell’uso dell’articolo e degli altri determinanti del nome (basti qui un rinvio al volume di Nunzio La Fauci e Ignazio M. Mirto, Fare. Elementi di sintassi, Pisa, ETS, 2003).

Osserviamo infine che, in un’espressione molto comune (e pienamente accettabile nel registro colloquiale) del tipo questo fiore fa un buon profumo, non sempre è possibile utilizzare il verbo profumare, delegando all’avverbio di modo la funzione aggettivale-qualificativa: questo fiore fa un profumo gradevoleprofuma gradevolmente; impossibile invece dire questo fiore profuma buonamente.


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